L’ANNO di VITA CONSACRATA E I SERVI di MARIA

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Introduzione

In occasione dell’Anno della Vita Consacrata il Santo Padre Francesco ha scritto una lettera apostolica a tutti i consacrati il 28 Novembre 2014, La lettera si caratterizza con la sua semplicità, la chiarezza e, la profondità nel presentare la situazione della vita consacrata oggi. Una lettera che ci invita a proiettarci in un futuro di vitalità e vita. La vitalità s’identifica con espressioni come: sequela appassionata e gioiosa di Cristo, la radicalità evangelica e profetica, la spiritualità della comunione, la testimonianza della priorità di Dio, il dinamismo apostolico verso la periferia esistenziale, la cultura d’incontro e interculturalità.

Tre sono gli obiettivi prioritari che Papa Francesco indica ai consacrati e alle consacrate nella realizzazione della propria vocazione: innanzitutto, “guardare il passato con gratitudine”, per tenere viva la propria identità, senza chiudere gli occhi di fronte alle incoerenze. Il secondo obiettivo che è quello di “vivere il presente con passione”, vivendo il Vangelo in pienezza e con spirito di comunione; e terzo, “abbracciare il futuro con speranza”, senza farsi scoraggiare dalle tante difficoltà che s’incontrano nella vita consacrata, dalla crisi delle vocazioni. Non cedete, avverte il Papa Francesco rivolgendosi ai più giovani – alla tentazione dei numeri e dell’efficienza, meno ancora a quella di confidare esclusivamente nelle vostre forze. Questi obiettivi devono spingere i consacrati ad aprirsi con fiducia e con fede alle “periferie” del nostro tempo per testimoniarvi la priorità di Dio e del suo amore.

Che cosa attende il Papa da questo Anno di grazia? Lui ne ha elencati cinque attese da riflettere e vivere non soltanto quest’anno particolare ma lungo la nostra storia esistenziale. Siamo chiamati come lievito, sale e luce in questo mondo d’oggi. Dobbiamo testimoniare il Vangelo con gioia e fermezza e svegliare il mondo nella radicalità evangelica della nostra sequela di Cristo. E’ un tempo opportuno per rivitalizzare la nostra identità carismatica e la vita fraterna, il nostro comune impegno della missione verso le nuove periferie esistenziali dell’umanità e l’urgenza di riformare le nostre strutture – comunitaria, amministrativa e pastorale.

Come Servi di Maria abbiamo bisogno gli uni gli altri per ricomporre il tessuto della nostra realtà attuale. Tutto questo avviene solo se siamo capaci di guardare con speranza gli orizzonti che ci si presentano, impegnandoci a capire le dinamiche del mondo globale d’oggi e un futuro molto diverso.

In questi ultimi anni si è parlato di una crisi della vita consacrata causata da un mondo sempre più globalizzato. Questa crisi è particolarmente evidente nell’emisfero settentrionale del mondo, anche se è ipotizzabile che una tale crisi, alla fine possa insinuarsi in altre parti del mondo. Il segno più evidente di questa crisi è la diminuzione incontrollata del numero di uomini e donne religiose da un lato, e la percezione dell’irrilevanza della vita religiosa dall’altra. Questa crisi si manifesta, inoltre, non solo in una Chiesa, che sta diventando sempre più policentrica e globale, ma anche nel processo di occidentalizzazione che si sta svolgendo all’interno della Chiesa.

Si potrebbe veramente ipotizzare una via di estinzione? Negli ultimi decenni anche noi nell’Ordine abbiamo assistito ad una graduale diminuzione del numero dei frati nelle comunità in Europa e America settentrionale insieme all’invecchiamento dei frati nelle stesse aree, e nello stesso momento un forte incremento del numero delle vocazioni nell’emisfero meridionale. L’Ordine sta cambiando la sua fisionomia. Dal punto di vista etnico e culturale, siamo di fronte a qualcosa mai incontrato prima lungo la nostra storia.

Il cammino dei  Servi di Maria

La nostra storia inizia nel 1233 da Firenze. Era una città  al centro del grande commercio internazionale del tempo. Nello stesso momento era il luogo di molti fermenti religiosi che abbiano in comune un richiamo alla povertà e alla penitenza. È in questa situazione che i nostri primi padri hanno preso la loro decisione di abbandonare famiglia, attività, professione e di ritirarsi a vita comune in penitenza, povertà e preghiera. Una vita centrata in Dio e nella donazione agli altri, ed è una scelta chiaramente “contro culturale” che s’imposta come un segno contro il valore assoluto dell’economia e del materialismo.

 

La fama della loro santità si diffuse in lungo e in largo e molti uomini chiesero di unirsi al loro gruppo. Molti divennero famosi artisti, musicisti, architetti, teologi, filosofi, storici, scienziati, missionari, cardinali e avvocati. Fino a questo secolo molti hanno avuto il coraggio di seguire le stesse orme che i nostri primi sette padri hanno scelto di percorrere.

Il fatto che l’Ordine si è diffuso in tante nazioni e continenti è stato una benedizione. Esso ci permette di conoscere in prima persona le esperienze dei nostri fratelli e la complessità della vita umana. Noi viviamo in una società che è cambiata e sta cambiando e si descrive in molte maniere: pluralista, multiculturale, post-moderna, post-cristiana, globalizzata, plasmata dall’informazione moderna e dalle tecnologie di comunicazione, produttrice di nuove forme di povertà. Stiamo assistendo un fenomeno socio-culturale ed ecclesiale molto complesso e estensivo che influisce sulla nostra vita e testimonianza religiosa e la mette in una situazione critica. Esso si manifesta in vari sintomi, alcuni dei quali sono preoccupanti: diminuzione delle entrate nei candidati, aumento delle uscite, invecchiamento dei membri, sovrappeso delle istituzioni proprie, attivismo eccessivo e a volte stressante delle persone responsabili delle opere, indebolimento della vita comunitaria, della fraternità e della vita spirituale, frequenti problemi economici, preoccupazione per un futuro incerto.

La situazione attuale ci fa paura e ci mette in uno stato d’animo di rassegnazione. Nelle visite canoniche che Il Priore generale ha compiuto insieme con me in questi otto anni del mio compito come Consiglio generale, ho costatato questo clima negativo che pervade nelle nostre comunità soprattutto nelle antiche giurisdizioni e nello stesso momento ho percepito da alcuni frati il raggio di speranza pur riconoscendo la gravità della situazione odierna. Infatti, Il Papa Francesco afferma che “la speranza non si fonda sui numeri o sulle opere, ma su Colui nel quale abbiamo posto la nostra la nostra fiducia.”  Egli puntualizza ancora, “E’ questa la speranza che non delude e che permetterà alla vita consacrata di continuare a scrivere una grande storia nel futuro, al quale dobbiamo tenere rivolto lo sguardo, coscienti che è verso di esso che ci spinge lo Spirito Santo per continuare a fare con noi grandi cose.”

 

Una situazione esistenziale che ci interroga continuamente e che suppone un cambiamento radicale nel nostro modo di comprendere la persona umana in tutte le sue relazioni sia con il mondo e con Dio. Questo cambiamento di mentalità ci porta a un nuovo paradigma.Il presente serve per esaminare la nostra fedeltà al Vangelo e alle Costituzioni, ma anche il nostro impegno missionario, l’adeguatezza della nostra risposta ai bisogni dell’Ordine, della Chiesa e del mondo. È il momento opportuno per ascoltare attentamente i suggerimenti dello Spirito Santo e nello stesso tempo del rinnovamento, per discernere le richieste delle nuove sfide dei tempi, per sviluppare piani e strategie per il futuro.

La strada da intraprendere

La lettera di Papa Francesco ci offre alcune attese da considerare in quest’anno di grazia della vita consacrata. Siamo chiamati oggi a diventare il lievito che fa fermentare la massa della realtà nostra, ad essere dono e presenza viva e profetica nel mondo e nella Chiesa di oggi. Dobbiamo essere capace di cambiare questa crisi esistenziale in occasione di crescita dove i germi della vita stanno nascendo.

  • Una vita sempre contro culturale

Le persone consacrate sono le memorie viventi di modo di essere e di agire di Gesù, della sua obbedienza, povertà e castità. Viviamo in un contesto storico, culturale e sociale in cui i consigli evangelici non sono apprezzati, tanto meno capiti. Ad esempio, l’obbedienza sembra attaccare i diritti fondamentali della persona umana, la libertà di decidere per se stessi, di raggiungere l’autonomia. La castità è vista come una privazione del bene del matrimonio, e la rinuncia ad avere una persona con cui condividerei diversi momenti della vita. La povertà è ancor meno apprezzata in un mondo che ha fatto del benessere e delle finanze come valori supremi. Questo porta a pensare che la povertà sia considerata come un male da superare.

È evidente che questa vita incentrata su Dio e dono di sé agli altri è chiaramente “contro culturale“, un segno contro il valore assoluto del denaro e del materialismo, dell’edonismo, dell’individualismo e ogni forma di autoritarismo. È questa la grande battaglia che dobbiamo combattere ogni giorno. Dobbiamo svegliare il mondo, ci ricorda il Papa Francesco, e vivere la profezia della scelta di vita che abbiamo sempre professato. Siamo come una sentinella che veglia durante la notte e sa quando arriva l’aurora (cf. Is 21, 11-12), capace di scrutare la storia nella quale noi viviamo e di interpretare gli avvenimenti che si manifestano.

Nello stesso momento dobbiamo riconoscere che anche all’interno della nostra realtà quotidiana esiste una non comprensione del come vivere la nostra scelta di vita di consacrazione. Alcuni dicono che non si vive più una vita di testimonianza com’è stata sempre vissuta nel passato e che i giovani di oggi non sanno veramente che cos’è la vita consacrata. Molti si lamentano di una formazione molto precaria, sottolineando che i giovani non sanno vivere il “sensusordinis.”  Più che mai, la vita consacrata deve evitare di spendere le proprie energie in critiche interne e ideologiche, e invece vivere in una maniera più positiva e alternativa che è apertura al vero pluralismo, riconoscendo che lo Spirito opera in modi diversi per costruire la Chiesa e per sviluppare la vita dei nostri popoli. Il nostro carisma s’incarna oggi in modo pluri-forma nel seno delle diverse culture e generazioni pur mantenendosi fedele alle ispirazioni di origine. Esso deve germinare il seme di una nuova società, secondo il progetto del Regno di Dio, e di un nuovo modo di essere Chiesa. Credo che ogni frate sia il carisma e sua espressione del nostro Ordine lungo la nostra storia nella chiesa e del mondo.

 

  • Verso una nuova Ristrutturazione

 

L’Ordine ha bisogno urgentemente, di riformare le sue strutture, alleggerirle, metterle in funzione di un’autentica animazione. Si tratta delle strutture comunitarie, amministrative e pastorali. Le strutture attuali non rispondono come hanno risposto in passato, ed è necessario ripensare la sua organizzazione e i suoi servizi.

 

Alcune province hanno preso a cuore il bisogno della ristrutturazione già partendo negli anni ‘80, quando hanno avvertito il fenomeno del forte cambiamento nel tessuto socio- culturale ed ecclesiale della società moderna. La difficoltà di condurre la propria provincia in un dialogo e nella decisione ha reso pochi risultati e ha dato luogo agli scontri forti e dolorosi tra la leadership e alcuni frati. Oggi, si percepiscono ancora alcune ferite del passato.

 

Il Processo della ristrutturazione nell’Ordine dovrebbe tenere in considerazione i seguenti aspetti: la creazione di una visione comune e lo sviluppo di strategie per realizzarla; l’impegno inclusivo di tutti i membri è essenziale; una comunicazione efficace, regolare, credibile e oggettiva è la chiave per un’implementazione di successo; creare attività comuni per mantenere l’entusiasmo durante il processo di transizione; nel processo della nuova ristrutturazione delle province, dobbiamo prendere le nostre decisioni in base delle capacità reale dei nostri frati, prendendo in considerazione i loro propri limiti; chiedere aiuto alle giurisdizioni emergenti (Asia, Africa, ecc) per una collaborazione futura e nell’avviare questa nuova ristrutturazione non si deve dimenticare le giovani giurisdizioni in via di crescita,aiutandole ad essere fedeli allo spirito fondazionale e carismatico e allo stesso momento sostenendole verso un consolidamento costante a livello strutturale e all’autonomia finanziaria. Tale orientamento porta un equilibrio interno nel nostro Ordine.

 

  • Creare fraternità che risveglia la speranza.

 

Le nostre costituzioni attestano l’importanza di promuovere una comunità autenticamente fraterna che irradino amicizia, rispetto, uguaglianza, amore, perdono, correzione fraterna, collaborazione, lavoro d’equipe.

 

Il Papa Francesco ci suggerisce di aprirsi all’inter-intra-extra come stile di vita religiosa. Un “networking” dove la comunione e l’incontro fra differenti comunità, carisma e vocazione diventa un cammino di speranza. Nessuno costruisce il futuro isolandosi nella verità di una comunione che sempre si apre all’incontro, al dialogo, all’ascolto e all’aiuto reciproco.Nel nostro Ordine esiste già un cammino di collaborazione sui vari settori tra le tre province. Inoltre, il Papa Francesco ci ricorda che le nostre comunità diventano sempre più internazionale, quindi dobbiamo potenziare la vita comunitaria e imparare ad accogliere la diversità culturale e spirituale dei membri. Una realtà che sta diventando una prassi in questi ultimi anni.

 

Il Papa auspica proprio che quest’Anno della Vita Consacrata sia occasione di una sempre più stretta collaborazione tra le differenti comunità – anche di Chiese differenti – nell’accoglienza dei rifugiati, nella vicinanza ai poveri, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera. Esistono alcuni progetti, dove i diversi istituti religiosi collaborano per dare una risposta a un’esigenza esistenziale e di periferia

 

Nella Lettera ai consacrati e alle consacrate Papa Francesco non dimentica l’importante ruolo dei laici che, con i consacrati, condividono ideali, spirito e missione. Creare fraternità vuol dire anche arrivare a una missione e a una vita condivisa con i laici. Il Papa Francesco scrive che a ogni famiglia religiosa è presente una famiglia più grande, la“famiglia carismatica”,che comprende anche cristiani laici che si sentono chiamati a partecipare della stessa realtà carismatica.L’incontro reale con i laici nel campo della missione e della vita, dell’azione e della spiritualità si trasformerà in cammino e processo di rivitalizzazione e di speranza. Questo incontro esige passi diversi: collaborazione, partecipazione e appartenenza. Il Capitolo Generale 2015 ne offre alcune indicazioni (cf. Art. 40, Comunione nella Famiglia Servitana) a questo riguardo.

 

  • Le nostre periferie esistenziali

 

Il PapaFrancesco ci invita fortemente ad andare in tutto il mondo dove ci attende un’umanità intera: delle persone senza speranza e cercano il senso della vita, gli abbandonati, gli ammalati e anziani, giovani disperati.

Lui ci ricorda nella sua lettera che noi dovremmo lasciarci interpellate dal Vangelo. Non basta leggerlo, non basta meditarlo. Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole. Non basta essere esperti di teologia biblica o buoni operai nella vigna del Signore se non siamo capaci di mettere in pratica quello che annunciamo. Siamo invitati a rivedere il primato della Parola nella nostra vita; se essa è veramente quella guida sicura alla quale ricorriamo quotidianamente e che a poco a poco ci fa assomigliare al Maestro. L’ascolto ci deve portare a rispondere con creatività alle nuove forme di povertà da una riflessione della parola di Dio. Questo ci incoraggia a dire, e ancor di più a realizzare, ciò che suggerisce la voce dello Spirito, che geme e grida in noi e nella realtà sofferenti della nostra storia.

 

La nostra speranza per il futuro si radica nel nostro coinvolgimento con le persone e con il mondo. Molti frati manifestano una certa paura quando cercano di capire la vasta complessità del mondo attuale. Fanno fatica di ascoltare la voce di Dio nel clamore dei migranti, degli indignati, delle donne, dei poveri, dei carcerati, degli ammalati, degli anziani e dei giovani. Come Servi di Maria riusciamo a identificare quali sono le nostre periferie esistenziali?

 

  • I “nuovi” giovani: il nostro presente e futuro

 

Ogni capitolo vicariale, provinciale e generale in ogni tempo dedica un articolo per l’animazione vocazionale e invita ogni frate e comunità ad assumere il proprio compito di risveglio delle vocazioni all’Ordine. Abbiamo 380 giovani in formazione seconda i dati dell’anno scorsoin tutto l’Ordine, anche se pochi sono i giovani in formazione nell’emisfero settentrionale del mondo. È da molti anni che si avverte la mancanza delle vocazioni alla vita consacrata, inoltre si nota un calo della presenza e della frequenza dei giovani nelle nostre parrocchie e oratori. Dove sono i nostri giovani? Perché le parrocchie nelle città e nelle periferie si svuotano della presenza giovanile? Perché mancano giovani disponibili e attirati alla vita consacrata? Che cosa rende difficile la comunicazione con i giovani? Quanto tempo dobbiamo ancora aspettare che questo inverno vocazionale finisca? Da dove verranno le nuove vocazioni? Sono alcune domande che ci interpellano oggi.

  1. Giovani del sesto continente

Esistono due mondi, dove i nostri giovani vivono e girano intorno e la loro vita s’intreccia parallelamente: il mondo reale e virtuale. In molti paesi oggi il primo contatto con il mondo virtuale comincia già all’età pre-scolare nel seno della propria famiglia. Esistono e si possono trovare ancora famiglie attorno alla stessa tavola o nello stesso soggiorno ma la dinamica della socializzazione è ormai cambiata. Ognuno vive nel proprio mondo con i tablet o telefonini in mano, stanno insieme ma sono dispersi e staccati dal tempo. Si avverte oggi che “le agenzie che tradizionalmente influenzavano la socializzazione dei giovani (la famiglia, la scuola o la Chiesa) non sono più punti forti di riferimento. La cultura giovanile si è resa autonoma.”(Rino Cozza, Nella società dell’informazione. Come parlare ai giovani di Vita Consacrata, in “Testimoni”, 7/2010, pp. 9-11.)

La conoscenza della realtà passa ormai quasi esclusivamente attraverso la mediazione dei mezzi di comunicazione sociale. Per molti giovani il mondo virtuale è un luogo dove si sentono la sicurezza e la libertà di esprimersi senza paura di essere giudicati. Le vocazioni, oggi, oltre che per iniziativa di Dio, sorgeranno come conseguenza di una mediazione culturale profondamente nuova che lasci intravvedere soprattutto i giovani di oggi. Questo mondo digitale, chiamato anche sesto continente che favorisce le nuove antropologie e modi di pensare.

2. Giovani di arcobaleno

Il Dipartimento delle Nazioni Unite per gli Affari Economici e Sociali (UN-DESA) ha diffuso nel mese di settembre 2013 gli ultimi dati aggiornati sul fenomeno migratorio a livello mondiale, di 232 milioni. Circa il 59% dei migranti vive nelle regioni del Nord del mondo. In alcuni paesi in Europa, gli stranieri residenti che hanno un permesso di soggiorno per lavoro, per asilo, per studio, motivi religiosi o familiari, oppure sono già in possesso di carta di soggiorno, possono mantenere o riacquistare l’unità familiare. Noi siamo davanti a delle risorse delle vocazioni che provengono a questo settore della società. I “nuovi” giovani dell’Italia rinasceranno dalla seconda generazione dei figli degli immigrati nati e cresciuti qui e dal fatto del ricongiungimento familiare.

 3. Giovani Adulti

Nel mondo occidentale mancano i giovani; le famiglie con oltre due figli sono una rarità. E questi piccoli sono spesso contesi, coccolati e viziati ben oltre la maggiore età. Si parla sempre più spesso e con una certa apprensione della crisi di vocazioni in Italia; ma paradossalmente chi è alla ricerca di un orientamento vocazionale, soprattutto quando si tratta di persone adulte, trova enormi difficoltà ad accostarsi a strutture di accoglienza e di formazione cattolica. In questi ultimi anni, le risorse vocazionali vengono anche da questo settore della società: giovani adulti in ricerca di un senso di vita, spesso provengono da una forte esperienza di conversione, di esperienza della ricerca di sacro, di una spiritualità da esteriorizzare, di una ricerca dei modelli di riferimento, ecc. Alcuni di loro non frequentano le nostre chiese o sono lontano dalla realtà ecclesiale. Le nostre comunità sono capaci di accogliere questi giovani adulti che continuano a bussare alla porta del nostro convento? Abbiamo la capacità di discernere e accompagnare queste nuovi vocazioni? Abbiamo frati disponibili a dedicare tempo ed energia a questo scopo?

Conclusione

La vita consacrata ha un futuro? Il Papa san Giovanni Paolo II, ci ha ricordato quando lui propone all’inizio del terzo millennio nell’Esortazione post-sinodale Vita consacrata: “Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! Guardate al futuro, nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi” (n.110) Ma come costruire un futuro se tutto intorno a noi sta cambiando e facciamo molta fatica a riconoscere il cambiamento di mentalità nella nostra società moderna? Quale futuro ha la vita consacrata in una cosiddetta “società liquida”?

Come Servi di Maria non possiamo permetterci di essere condizionati da questi”profeti di sventura”che parlano di estinzione imminente di vita consacrata. Potrebbe essere che stiamo attraversando un inverno difficile. Essa dipende dalla latitudine. Se guardiamo la natura, possiamo imparare un insegnamento molto indicativo per la nostra vita. La natura ci insegna che la radice vive anche durante l’inverno. Non è un tempo di sterilità e di morte, piuttosto un concentrarsi di nuovo degli elementi essenziali della vita che possa fiorire, rifiorire, portare frutto. Il Papa Francesco ci raccomanda di continuare e riprendere il nostro cammino con la fiducia nel Signore.

 

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