La povertà evangelica nella tradizione dei Servi

(This conference was delivered during the Servite International Meeting – May 2011)

È meglio avere meno bisogni che possedere più cose (R.A. n. 18)
La povertà evangelica nella tradizione dei Servi

Franco M. Azzalli, OSM

Premessa

Vi chiedo di permettermi di iniziare con una breve premessa, che considero metodologicamente importante per affrontare il tema della povertà evangelica.
Recentemente ho avuto la grazia di accompagnare in Israele fra Carlos M. Razo Villanueva, il primo Servo di Maria che costituirà la nuova comunità in Terra Santa nel santuario di “Nostra Signora della Palestina” a Beth Shemesh.
Nei giorni nei quali siamo stati ospiti del Patriarcato Latino di Gerusalemme (che ci ha invitati a custodire l’unico santuario mariano della Terra Santa) abbiamo avuto anche la possibilità di visitare alcuni dei luoghi santi di Gerusalemme.
Il luogo che forse più ha colpito il mio cuore è il “buco” dove è stata piantata la croce, il luogo dove Cristo è morto. Vedendo quel “buco”, immaginando l’incomprensione e il non riconoscimento da parte della folla che stava a guardare, ho riconosciuto come sia una cosa terribile e grande il male, se Dio ha dovuto accettare un sacrifico tale, una morte del genere. Inoltre, di fronte alla concretezza di quei luoghi, ho visto come non sia possibile tornare a casa con il dubbio che il cristianesimo sia una favola.

Il giorno dopo il ritorno, mercoledì 4, sono andato alla congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (prima detta “congregazione per i religiosi”) a richiedere alcuni documenti. Quella mattina ho fatto una duplice esperienza.
Innanzitutto, sono stato colpito da quello che vedevo. Era mercoledì e c’era un grande via vai di gente per l’Udienza generale del Papa – ed era ancora appeso l’arazzo per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Quello che avevo davanti agli occhi era la perfetta continuità di ciò che avevo vissuto nei giorni precedenti: la Chiesa che sto vivendo è la continuità fisica della presenza di quell’Uomo del Calvario, che ha dato la vita per me e si rende presente attraverso i Suoi (Dove due o tre sono riuniti nel Mio nome, Io sono con loro).
Ma non è finita. Mentre attendevo davanti a un ufficio, mi è venuto alla mente che solo ventiquattro ore prima ero di fronte al “buco” del Calvario, drammatico segno del fatto che Cristo ha dato la vita PER ME. E improvvisamente – per quei momenti di grazia e di memoria che ogni tanto accadono – ho avuto ben chiaro che anche attendendo i documenti stavo davanti a quel “buco”: era la stessa cosa, l’istante che vivevo aveva la stessa dignità, perché la dignità di quell’istante non era data da ciò che stavo facendo, ma dal fatto che Lui sta dando la vita per me ORA.

Perché questa premessa?
Ritengo che approfondire il tema della povertà evangelica possa portare frutto per noi solamente se la memoria di Cristo riempie il nostro cuore, se cioè paragoniamo continuamente quello che il nostro cuore nel profondo desidera con quello che ci accade davanti agli occhi. Anche paragonarsi con i testi e i personaggi della nostra tradizione può essere fatto solo in questa dinamica di memoria di Cristo e ascolto del desiderio profondo del nostro cuore: altrimenti quello che sentiamo e vediamo sarà qualcosa di esterno a noi, non unito nella nostra vita.
Se registriamo la reazione profonda avuta di fronte al titolo di questa riflessione, avremo un primo test di quello che desidero dire.
Ma la memoria di Cristo (ed è la seconda parte dell’esperienza che ho vissuto) è presente nella Chiesa, fino al “capillare” ultimo che è la nostra comunità, proprio quella in cui viviamo ora. Senza questo legame, tutto ciò che ci diciamo resta un discorso, magari anche bello, ma che non tocca la nostra vita, provocandola.

Desidero affrontare il tema – per brevi accenni – attraverso i seguenti punti :
1. Regola di sant’Agostino
2. Alle origini dei Servi
3. La Lettera spirituale di fra Angelo Maria Montorsoli
4. Le nostre Costituzioni
5. Le Linee ispiratrici del Capitolo generale 2007

1. Regola di sant’Agostino

Voglio evidenziare questi tre aspetti della povertà evangelica che mi pare emergano dalla Regola di sant’Agostino.

a) La Regola di sant’Agostino, dopo la premessa essenziale che descrive la ragione della nostra vita:

Fratelli carissimi, si ami anzitutto Dio e quindi il prossimo, perché sono questi i precetti che ci vennero dati come fondamentali (n. 1)

inizia subito a trattare il tema della povertà.
Infatti nel primo capitolo, intitolato “Scopo e fondamento della vita comune” Agostino descrive nell’articolo 3 lo scopo della vita comune:

Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate una sola anima e un sol cuore protesi verso Dio (n. 3).

E senza frapporre nulla, prosegue:

Non dite di nulla: “È mio”, ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario; non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti dagli Apostoli: “Essi avevano tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità”. […] (n. 4).

Il fondamento della vita comune viene individuato chiaramente nella povertà evangelica: essa è la prima delle “vie” per vivere l’unità tra di noi. E quindi, all’opposto, il non vivere la povertà evangelica è un grave ostacolo alla unità della comunità.

Dopo aver concretizzato con esempi estremamente chiari (e anche attuali) il legislatore termina riprendendo il tema dell’unità:

Tutti dunque vivete unanimi e concordi e, in voi, onorate reciprocamente Dio di cui siete fatti tempio. (n. 9).

b) Al numero 31 della Regola troviamo inoltre un suggerimento che le nostre Costituzioni, come vedremo, hanno ripreso:

Nessuno mai lavori per se stesso ma tutti i vostri lavori tendano al bene comune e con maggior impegno e più fervida alacrità che se ciascuno li facesse per sé. Infatti, la carità di cui è scritto che non “cerca il proprio tornaconto”, va intesa nel senso che antepone le cose comuni alle proprie, non le proprie alle comuni. Per cui vi accorgerete di aver tanto più progredito nella perfezione quanto più avrete curato il bene comune anteponendolo al vostro. E così su tutte le cose di cui si serve la passeggerà necessità, si eleverà l’unica che permane: la carità. (n. 31).

È interessante anche che qui Agostino collega la pratica della povertà evangelica alla esperienza della carità, cioè in questo caso, al bene della comunità per poter meglio tendere ad essere segno di unità.

c) Ultima citazione dalla Regola del santo Dottore di Ippona è la famosa frase tratta da Seneca. Parlando dei malati, Agostino scrive:

[…] Ma appena si siano ristabiliti, tornino alla loro vita normale, che è certamente più felice, poiché è tanto più consona ai servi di Dio quanto meno è esigente. Ormai guariti, il piacere non li trattenga in quella vita comoda a cui li avevano sollevati le esigenze della malattia. Si considerino anzi più ricchi se saranno più forti nel sopportare la frugalità, perché è meglio aver meno bisogni che possedere più cose.

È l’affermazione della povertà come essenzialità di vita, libertà dai bisogni. Quanto attuale questo richiamo! Nella Lettera Frate Alessio, uno dei Sette, che il Priore generale ha in-dirizzato all’Ordine in occasione dei settecento anni della morte dell’ultimo dei Fondatori, leggiamo:

La figura di Alessio ci è riproposta anche per quella che definirei la non ricerca del privilegio “dovuto” (per anzianità, per autorità o anche autorevolezza) attraverso una “diversità” che è a volte affermazione sterile di sé. […] Questa semplicità e sobrietà di vita è certamente un valore che va controcorrente rispetto alla mentalità di oggi, della quale anche noi siamo imbevuti: ma ritengo debba essere decisamente recuperato per una serenità di vocazione e anche di testimonianza personale e comunitaria. (n. 13).

Possiamo avviare una riflessione sui tre punti che sono emersi:
a) povertà evangelica come fondamento della vita comune
b) legame della povertà evangelica con la carità
c) povertà evangelica come essenzialità di vita, libertà dai bisogni.

Mi pare importante paragonare queste affermazioni di Agostino, che vengono dalla sua esperienza personale e da una profonda conoscenza dell’animo umano, con la nostra esperienza personale. Chiediamoci:
– Queste affermazioni corrispondono alla realizzazione vera di me?
– Oppure sento queste frasi come esterne a me, forzate, imposte?
– Quali sono le vere esigenze del mio cuore?
Ricordando, come scriveva Paul Verlaine, che l’uomo trova quello che cerca; e noi troviamo l’infinito proprio perché lo cerchiamo, il cuore di ogni uomo lo cerca .
Credo che le tre priorità del Capitolo generale 2001 siano ancora attuali, ricordando in particolare che la ricerca di Dio è fondamento di tutta la nostra vita.
Anche in questa riflessione ci viene in aiuto la parola di p. Àngel nella citata Lettera Frate Alessio, uno dei Sette:

Ritengo infatti che se non siamo disponibili e persuasi a comprendere tutto ciò che la nostra vocazione implica – fino alle conseguenze più concrete – i sacrifici che essa ci fa fare possono sembrare obiezioni, mentre semplicemente sono descrizioni di una strada, condizioni di un cammino. Questo è una grande lezione della vita di frate Alessio. (n. 14).

2. Alle origini dei Servi

Anche qui farò solo alcuni accenni, attingendo dal ricco patrimonio dei testi delle nostre origini. L’esperienza originale, rimane comunque normativa, pur nel continuo tentativo di adattarla ai tempi che si vivono per conservare l’intuizione carismatica iniziale.

a) L’esperienza dei primi Sette

I. Desidero evidenziare solo tre aspetti del cammino dei nostri primi Padri nel sentiero della povertà evangelica come lo conosciamo dalla Legenda de origine Ordinis.

1. Il primo gesto che i nostri Sette padri, ancora nella vita laicale, compiono per prepararsi a rispondere alla nuova chiamata del Signore è il gesto evangelico del distacco dai beni della terra e del dono ai bisognosi, senza dimenticare i propri cari. La Legenda de origine (LO) al n. 30 afferma infatti:

Perciò si sciolsero prima di tutto da ogni legame per poter attuare liberamente e secondo giustizia l’unione desiderata. Disposero quindi delle loro case e delle loro famiglie: a queste lasciarono il necessario, il resto lo distribuirono ai poveri e alle chiese per il bene delle loro anime, stabilendo di non conservare per sé assolutamente niente al momento della loro unione.

E la Legenda sottolinea il fatto che questa decisione, presa in vista della vita insieme, era stata

una decisione non presa alla leggera e come per caso, ma con matura e salda deliberazione, sotto l’impulso speciale della Nostra Signora.

2. L’abitazione dove vivono è descritta a Firenze come una piccola casa (n. 31) e poi a Monte Senario una povera dimora (n. 44). Ma quanta vita lieta in quella dimora! Dal Pino scriveva anni fa: «Eppure questa umile abitazione […] è descritta con tale freschezza da apparire, come deve essere stata, spiritualmente gioconda ad abitarsi».

3. A Monte Senario, quando si descrivono le tre “tende”, a proposito di quella “mistica” si afferma:

La tenda mistica, poi, fu il particolare rifugio che vi trovarono i frati del nostro Ordine: rifugio costruito soprattutto dalla Nostra Signora, fondato sull’umiltà dei nostri padri, costruito con la loro concordia, conservato dalla povertà, abbellito dalla purezza. La presenza di frati santi, che si avvicenderanno fino al giorno del giudizio, è la sua perfezione (n. 44).

La povertà evangelica abbracciata dai Sette è quindi una condizione, un mezzo, estremamente significativo per rispondere alla chiamata della Nostra Signora ed edificare con Lei il Suo Ordine nel mondo.

II. La documentazione archivistica ci conferma questa scelta dei primi Padri. Tutti conosciamo il così detto Atto di povertà del 7 ottobre 1251. Si legge nell’atto notarile:

[…] Radunati frate Figliolo [o Bonfiglio] priore della chiesa di Santa Maria di Monte Sonaio e i sottoscritti frati presso il loro luogo [convento] posto vicino a Firenze in località detta Cafaggio, cioè frate Alessio, Ricovero, Benigno, Vigore, Bonaventura, Ruggero, Giovanni, Clemente, Bartolo, Albertino, Nicolò, Egidio, Cambio, Matteo, Bonagiunta, Ildebrandino, Benedetto, Iacopo e Manetto, […] promisero e fecero voto a Dio onnipotente e alla beata Maria che mai, direttamente o tramite il loro priore o custode […] o qualunque altra persona, avrebbero posseduto o fatto possedere a proprio vantaggio beni immobili di qualunque specie siano

e se qualche bene immobile venisse loro donato

sia subito e immediatamente del signor Papa e della sacrosanta Chiesa romana. In tale modo però che il signor Vescovo nella cui diocesi fossero collocate le cose donate, ne abbia totale e piena giurisdizione e a lui appartengano i frutti e gli utili […] e di questa possa il predetto Vescovo disporre […] per la salvezza e l’espiazione dell’anima dell’offerente e per farne elemosina ai frati dell’Ordine o del convento predetto, ma solo in tempo di necessità, come a lui [Vescovo] meglio parrà.

Al di là delle interpretazioni del documento e del suo utilizzo, rimane il fatto che questi primissimi Servi di Maria compiono liberamente questa scelta per affermare la propria vocazione.
«In seguito – scriveva dal Pino – quando per motivi vari la povertà collettiva istituzionale dovrà essere abbandonata prima di fatto e poi anche di diritto, non mancheranno attestazioni, sino al termine del secolo XIII e oltre, di una vita comunitaria caratterizzata dalla modestia e dalla semplicità dei costumi. I Vescovi inviteranno i loro fedeli a sovvenire alle necessità più immediate dei poveri frati, con espressioni così vive da evadere quelle del formulario consueto». Si conosce ad esempio il caso di Foligno, dove il Vescovo il 19 febbraio 1276 concesse la remissione di quaranta giorni di indulgenza ai fedeli che avessero aiutato i nostri frati i quali erano «ridotti a tale stato di povertà, da non poter rimanere nel sopraddetto luogo senza l’aiuto di altri».

III. Non si può infine, parlando delle origini, dimenticare la luminosa testimonianza di frate Alessio, l’ultimo dei Sette. Tutto il capitolo quinto della Legenda de origine è di perenne edificazione e richiamo alla nostra vita.

a) L’esperienza di Filippo Benizi

Tutta la vita di Filippo Benizi è testimonianza di povertà evangelica. L’episodio del miracolo ad Arezzo ci ricorda come a Filippo, povero, non restasse che rivolgersi a Dio mediante la Vergine per ottenere che i suoi frati non muoiano di fame:

Un giorno i frati avevano saltato l’ora del pranzo, e il beato Filippo li confortò come poteva. Intanto, entrato in chiesa, salutò la beata Vergine, pregandola e supplicandola di non lasciar morire di fame i suoi Servi, lei che era madre pietosa. E mentre stava così in orazione, improvvisamente bussarono alla porta del convento. Un frate andò subito ad aprire e non trovò nessuno, ma solo due ceste piene di pane bianchissimo, che prese e portò davanti ai frati; e si affrettarono alla mensa per mangiarlo: e così insieme col beato Filippo furono prodigiosamente rifocillati. E in seguito ebbero sempre in abbondanza il pane e altre cose, per i meriti del beato Filippo (LP vulgata, n. 14).

Che bella testimonianza di povertà evangelica legata alla fede: un uomo per il quale la sola ricchezza è Dio.

Come conclusione del nostro sguardo “a volo di uccello” sulle nostre origini, vale la pena citare un passo molto bello dell’ultimo libro scritto da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI su Gesù, brano nel quale possiamo riconoscere anche l’esperienza di nostri primi Padri e di Filippo:

I modi di questa “venuta intermedia” [di Gesù] sono molteplici: il Signore viene mediante la sua parola, viene nei sacramenti, specialmente nella santissima Eucarestia; entra nella mia vita mediante parole e avvenimenti. Esistono, però, anche modi epocali di tale venuta. L’operare delle due grandi figure – Francesco e Domenico [e noi, nel nostro piccolo, possiamo aggiungere: dei Sette primi Padri e di san Filippo] – tra il XII e il XIII secolo è stato un modo in cui Cristo è entrato nuovamente nella storia, facendo valere in modo nuovo la sua parola e il suo amore; un modo in cui Egli ha rinnovato la Chiesa e mosso la storia verso di sé. […] Il suo mistero, la sua figura appare nuovamente – e soprattutto: la sua forza, che trasforma gli uomini e plasma la storia, si rende presente in modo nuovo (p. 323).

3. La Lettera spirituale di fra Angelo Maria Montorsoli

Come scrive fra Piergiorgio M. Di Domenico «la povertà è il tema specifico della sua [di fra Angelo Maria Montorsoli] Lettera universale o comune – il termine “spirituale” è dato quando la lettera sarà stampata –, uno scritto che egli indirizza a tutto l’Ordine, in obbedienza al suo maestro, il Tavanti, e nell’urgenza di una riforma che non può essere più rimandata».
Nella lettera del 28 dicembre 1596 che accompagna la spedizione della Lettera universale, il Montorsoli scriveva:

Parmi bene avertir tutti che tenghin per certo che è venuta l’hora d’haver a vivere in comune e senza proprio, o per forza o per amore, perché già per molte vie si manifesta esser tale la volontà del Signore, cui nullus resi¬stere potest

sottolineando con forza la dimensione interiore della povertà, a cui i frati sono invitati a convertirsi:

Non vi sieno di quelli che si pensi¬no haver fatto assai con rinuntiare realmente tutto quello che avevano; perché quello che vuole Iddio da noi è il cuore e non la roba; la roba più tosto in renunziarla, è com’un gettar via quello che n’impedisce all’esser seco e donarceli totalmente.

La Lettera è intesa come un contributo alla preparazione del Capitolo generale del 1597, da cui avrebbe dovuto essere eletto un Priore generale capace di far vivere tutti alla maniera religiosa, cioè di non vivere più proprietari «pur d’un quattrino». Il «tenere in proprio» è il peccato più «insostenibile e insopportabile dalla terra, perché del tutto contraddittorio e ripugnante all’essere nostro». Per il Montorsoli avere un deposito personale di danaro, da spendere liberamente, sia pure con il permesso dei superiori, è contrario alla norma fondamentale del vivere comune così come l’ha attuato la comunità apostolica di Gerusalemme. E se viene meno la radicalità di questa condivisione e comunione di beni, si smarrisce anche il senso della vita religiosa:

Il vivere in comune come facevano gli Apostoli per noi è essenziale non meno che all’uomo l’esser razionale, onde siccome tolta all’uomo la forma sua essenziale, che è l’anima ragionevole, egli non è più uomo, così tolta a noi la povertà che è vivere in comune, non siamo più noi, siamo un’altra cosa, non siamo frati, non siamo Servi di Maria, del cui ci gloriamo, né siamo di Dio, quanto alla porzione del Paradiso, finché manchiamo a lui della nostra promessa; sebben siamo di Dio, nel numero dei nemici e ribelli suoi.

Possedere in proprio è il segno di un cuore non libe¬ro; è segno di infedeltà alla perfetta sequela di Gesù povero, è disobbedienza alla volontà della Chiesa come si è espressa nei canoni di riforma del concilio di Trento; è inosservanza di quel

vivere in comune come gli apostoli del Signore, dei quali s. Agostino prese la Regola che abbiamo promesso a Dio.

4. Le nostre Costituzioni

Nella introduzione al fascicolo quinto sulla “Povertà evangelica” leggiamo:

L’argomento [della povertà evangelica] si ricollega strettamente a quello dei due fascicoli precedenti: la fraternità e la Vergine Maria. Infatti, per noi, l’idealità e la pratica della povertà si ricollegano da una parte alla fraternità originaria dei Sette santi […] e dall’altra alla pietà mariana, intesa non tanto come espressione cultuale, ma esistenziale (imitazione della vita terrena della Vergine). Risalendo alle origini cogliamo, prima di ogni età di riforma, (quella tridentina come quella attuale), una caratteristica nella vita povera dei nostri frati: la spontaneità, che si esprime senza preoccupazioni di alcuna «testimonianza», ma direttamente come risposta all’Evangelo di Cristo. Essi con questo hanno prolungato nella Chiesa del loro tempo «la presenza attiva della Madre di Gesù», prima tra i poveri del Signore ed altissimo esempio di libera disponibilità al Regno di Dio.

Piuttosto che leggere e commentare il capitolo VII sulla “Testimonianza di Povertà evangelica”, mi sono orientato alla interessante e proficua lettura dell’accurato studio di fra Faustino M. Faustini sulle nuove Costituzioni (Costituzioni dell’Ordine dei Frati Servi di Maria commentate dalle relazioni ufficiali dei Capitoli generali e del Consiglio generalizio, Roma 1989).
In relazione al capitolo sulla Testimonianza di povertà evangelica si legge nella introduzione generale:

Capitolo di Madrid (1968):
«Il titolo del capitolo VI, nell’abbozzo, era Lavoro e comunione di beni. Considerando, che il termine povertà è più vasto, includendo la nozione di lavoro, di comunione dei beni e di tenore modesto di vita, abbiamo optato per questo vocabolo povertà.
Dalla lettura dei modi sul primo abbozzo e dalle successive discussioni in commissione, apparve la necessità di precisare la nozione della povertà evangelica. Per questo la commissione ha dovuto enucleare i dati al riguardo del Nuovo Testamento e della prassi monastica, esaminando poi i risultati alla luce della problematica moderna nei confronti della testimonianza evangelica.
L’elemento fondamentale della povertà evangelica, come è proposto nel Nuovo Testamento, apparve essere la comunione.
Il testimone della povertà evangelica deve ricomporre tutta la sua umanità attorno alle parole di Cristo: Essi siano uno, come noi siamo uno (Gv 17,22).
Realtà di comunione che ritroviamo testimonianza dei nostri primi Padri, i quali, imitando Gesù Cristo, da ricchi si fecero poveri per servire; e che scopriamo, anche, dietro le asprezze del linguaggio giuridico, in quegli articoli delle Costituzioni precedenti, dove si parla della povertà. Perché, infatti, il Servo di Maria deve avere la cella dalle pareti nude (art. 86), le suppellettili povere (art. 153), non può possedere oggetti preziosi e bisogna che sia contento del necessario (art. 157), se non perché non deve sentirsi se-parato per una maggiore ricchezza dai poveri?
Quindi in comunione con loro.
Il nostro tempo, nel processo di una sempre maggior produzione di beni, viene a porre l’umanità nel rischio di subordinare l’essere all’avere, la vita alla proprietà; domanda a chi professa la povertà del Vangelo un’aggiunta di apertura cristiana: la comunione.
Tale aggiunta di apertura è chiaramente indicata dalla Lumen Gentium, 36: I beni creati siano fatti progredire dal lavoro umano… per l’utilità di tutti assolutamente gli uomini.
La testimonianza della povertà è, quindi, l’accettazione di un’aggiunta di apertura ai beni posseduti, perché siano trasformati da oggetto di attività in mezzo di comunicazione e di scambio di vita.
La testimonianza della povertà domanda così: l’abolizione di ogni separazione dagli altri. Il lavoro è assunto per condividere la sorte di tutti gli uomini; la comunione di beni toglie ogni forma di possesso e quindi di separazione; la rinuncia ad ogni lusso, seguendo il tenore modesto di vita, mette in comunione con chi ne è privo.
La presentazione del capitolo VII fu seguita da una lunga discussione sul termine povertà e sul suo contenuto.
Fu contestato l’uso della parola, almeno in inglese, perché nel linguaggio corrente significava una condizione di vita molto indigente e non un tenore medio, quale abitualmente era il nostro. La non corrispondenza con il significato corrente, generava confusione e disagio.
Ne fu invece difeso l’uso nell’accezione intesa dalla Chiesa (specialmente nel Concilio Vaticano II) e dalla tradizione della vita religiosa. In questa specifica accezione, la parola povertà era accettabile anche in inglese. Per maggiore chiarezza, venne aggiunto l’aggettivo evangelica al termine povertà.
Rispetto al contenuto della parola, vi fu chi sostenne un genere di vita corrispondente a quello della maggior parte delle persone fra cui si vive. Non alieno dalle normali comodità e dagli strumenti utili di lavoro. La povertà si qualificava particolarmente per il distacco interiore.
Vi era chi suggeriva l’abolizione di possessi superflui, immobiliari o bancari.

Capitolo di Barcellona (1977)
[…] Il concetto base di povertà nelle nostre Costituzioni è la comunione dei beni: il condividere tutto con tutti. Da questo concetto consegue il dovere del lavoro e del modesto tenore di vita per la comunità e i singoli. Anche il Capitolo generale di Roma si è espresso quasi con le stesse parole dell’articolo 56.

5. Le linee ispirazionali del Capitolo generale 2007

Il fiore più recente del grande albero della nostra plurisecolare tradizione in relazione alla povertà evangelica è il documento posto all’inizio dei Testi del Capitolo generale 2007, La povertà evangelica, un ritorno all’essenziale: linee ispiratrici.
Richiamo solamente un punto di invito alla riflessione del testo:

La povertà del Servo di Maria non è la scelta di una perfezione individuale. Eppure concerne me personalmente, che sento di non vivere secondo povertà, che non sono libero nel cuore dal desiderio di cose, che non manco di nulla e tuttavia mi sono creato molte inutili esigenze, che ho capovolto la parola della Regola di sant’Agostino: è meglio aver meno bisogni che possedere più cose (Regola 18). Quali cose io devo lasciare? Io, che sperimento la tensione e la distanza tra la proposta radicale del Vangelo e i poveri passi che con fatica riesco a fare, che mentre continuo a cercare accorgimenti per giustificarmi accantono l’urgenza di decidere …
Il Vangelo ci chiede ben di più, esige un cambiamento della nostra vita. Se l’ideale è solo proclamato, è dannoso; se la Parola non si incarna in scelte concrete, è non solo svuotata ma pericolosa: la mia e nostra incoerenza ne escono rafforzate. (n. 1

1Significativo punto di riferimento sono due pubblicazioni: il quinto fascicolo della Commissione per lo studio delle Costituzioni dal titolo Povertà evangelica, che vide i contributi di Franco Andrea Dal Pino, Giovanni Maria Vannucci, Luigi Maria De Candido e Peregrine Maria Graffius; ed il volume dei Quaderni di Monte Senario n. 13, dal titolo: La povertà dai movimenti laici medioevali alle istanze evangeliche. Pensieri ed esperienze nella Famiglia dei Servi ieri e oggi, edito dalla comunità di Monte Senario nel 2003.

2Le domande che il Papa ha fatto a tutti i fedeli nell’omelia della Messa in Coena Domini di quest’anno 2011 sono un aiuto a noi. In quell’occasione Benedetto XVI diceva: «Gesù ha desiderio di noi, ci attende. E noi, abbiamo veramente desiderio di Lui? C’è dentro di noi la spinta ad incontrarLo? Bramiamo la sua vicinanza, il diventare una cosa sola con Lui, di cui Egli ci fa dono nella santa Eucaristia? Oppure siamo indifferenti, distratti, pieni di altro? Dalle parabole di Gesù sui banchetti sappiamo che Egli conosce la realtà dei posti rimasti vuoti, la risposta negativa, il disinteresse per Lui e per la sua vicinanza. I posti vuoti al banchetto nuziale del Signore, con o senza scuse, sono per noi, ormai da tempo, non una parabola, bensì una realtà presente, proprio in quei Paesi ai quali Egli aveva manifestato la sua vicinanza particolare. Gesù sapeva anche di ospiti che sarebbero sì venuti, ma senza essere vestiti in modo nuziale – senza gioia per la sua vicinanza, seguendo solo un’abitudine, e con tutt’altro orientamento della loro vita. San Gregorio Magno, in una delle sue omelie, si domandava: Che genere di persone sono quelle che vengono senza abito nuziale? In che cosa consiste questo abito e come lo si acquista? La sua risposta è: Quelli che sono stati chiamati e vengono hanno in qualche modo fede. È la fede che apre loro la porta. Ma manca loro l’abito nuziale dell’amore. Chi vive la fede non come amore non è preparato per le nozze e viene mandato fuori. La comunione eucaristica richiede la fede, ma la fede richiede l’amore, altrimenti è morta anche come fede».una decisione non presa alla leggera e come per caso, ma con matura e salda deliberazione, sotto l’impulso speciale della Nostra Signora
3P.G.M. DI DOMENICO, Capitoli di storia della povertà tra i Servi, in QMS13, pp. 77-94.

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