Anticipare le luci dell’alba

Fra Honorio M. Martin Sanchez, osm

Siamo tutti consapevoli di vivere in un tempo di trasformazione epocale, plurale in cui stanno avvenendo cambiamenti straordinari, inimmaginabili fino a qualche anno fa, e in tutti gli ambiti dell’essere e del sapere circa la realtà umana e quella dell’universo. Nuove antropologie e cosmovisioni, sistemi di credenza e possibilità tecniche nelle scienze più varie sorgono e si confrontano di frequente in questo nostro mondo che è già di fatto “un villaggio globale”. Ci meravigliamo delle continue scoperte in tutti i rami del sapere, dalla biotecnologia medica alla genetica, dalle scienze sociali all’astrofisica, ecc. Senza dubbio è un momento di sorprendente “con-creazione” che renderà più abitabile la nostra “casa del mondo”, ma che si accompagna, sembra in maniera inevitabile, con minacciose “ombre” di autodistruzione. E anche nella comunità di coloro che seguono il Risorto si esperimenta questo costante cambiamento al suo interno, nella sua autocomprensione, nei suoi carismi, nella sua missione, nella sua identità. nella sua teologia, nella sua pastorale, nella sua morale, ecc.

Tempo di discernimento e di ricerca
Lo stesso avviene nei riguardi della vita consacrata. È un tempo di discernimento, di ricerca-ascolto, di pazienza e dialogo, di domanda e investigazione per raccogliere i frutti in tempo opportuno e senza giudicare prima del tempo, confidando nei semi di bellezza (tracce di Dio) che ci sono in tutto il creato. È un tempo di grandi possibilità per cose nuove, per una ri-creazione che già in parte hanno forgiato coloro che ci hanno preceduto, in comunione con lo Spirito che fa “nuove tutte le cose”.

Tutto un mondo di valori referenziali, che molti religiosi e religiose hanno conosciuto, non esiste più. È stato completamente rimosso dalla coscienza e dalla vita delle nuove generazioni; un mondo che “più non dice”, che “non ci dice”; è inconsistente e insignificante (senza entrare in valutazioni morali). Ma nello stesso tempo, il nuovo sistema referenziale dei valori etici, religiosi, sociali, culturali, ecc., non appare sufficientemente chiaro e non “riempie” chi cerca indicazioni (etiche, ma non solo) per la vita di tutti i giorni. Tuttavia esistono altre possibili atteggiamenti mentre passiamo “dalla steppa alla primavera”.

Di fronte a “quello di ieri non serve più”, e di fronte a “il nuovo non è ancora nato”, abbiamo la possibilità di vivere, con cordiale e sereno atteggiamento di fiducia, l’oggi in cui Dio ci ha posto, come vocazione-missione, senza fughe verso un passato che non tornerà più (né nei contenuti né nelle forme), e nemmeno con fughe verso un futuro “megafantastico” e semivuoto di proposte consistenti e significative.

È del tutto normale che in questo attraversamento del “guado esistenziale e planetario” appaiano paure, tensioni, esagerazioni, scontri, insuccessi oppure anche che ci vediamo
angosciosamente “perduti”. Nondimeno a causa della magnitudine del “vulcano” … e anche perché non conosciamo quanto dureranno “la traversata e le ceneri”.

Nostro compito è anticipare l’alba
Ma assieme a tutto questo … già esistono dei “germogli verdi” che indicano l’apparire incipiente delle nuove “luci dell’ alba”! Sì, “anticipare l’alba”, forse è questa oggi la missione della vita consacrata nei nostri ambienti; essere luce per coloro che camminano, segnali per i pellegrini e le nostre fraternità spazi di accoglienza per ascoltare, luoghi per rendere possibile l’incontro tra l’umano e il divino.

Per questo è necessario “parlare il linguaggio degli uomini”, sintonizzarsi con la “frequenza d’onda dell’umanità” per testimoniare e veicolare i valori di Qualcuno che è la risposta che dà significato a tutto, sia al vivere e al morire, sia nelle situazioni di “precarietà” infinita), acquisire una precisa capacità in alcuni rami del sapere teologico e delle scienze e professioni, in base al contesto e al servizio che prestiamo.
E stare nelle frontiere della vita, della cultura, del pensiero, delle arti, della scienza, dell’emarginazione, dei movimenti sociali, migratori, ecc., per essere “presenza” di vita e di vangelo.


All’interno di questa complessa realtà, noi consacrati e consacrate siamo chiamati a creare, forse riconvertendo i nostri mezzi e le strutture, in “laboratori” di sperimentazione e di sintesi, di incontro e di discernimento, e anche di risposte per quanti cercano ragioni per credere, motivi per vivere e valori da condividere a favore di una umanità secondo il cuore di Dio, secondo il progetto evangelico e la vocazione propria dei religiosi/e, in sintonia con i propri carismi.
Certamente siamo chiamati anche a creare scuole di preghiera, di spiritualità, di lectio divina, di incontro interreligioso ed ecumenico … in cui si impari la sapienza della vita, a dialogare, la tolleranza, la conoscenza dell’ altro e la sua cultura, la benevolenza, la condivisione, la solidarietà … È tutto il contrario dell’appoggiare “crociate” che sono solite finire in “roghi” crudeli, in guerre di esclusione, di imposizione e intolleranza: “la mia verità contro la tua”, “il mio Dio contro il tuo”; ” la mia morale contro la tua” …

Sì, consacrati e consacrate sentinelle dell’alba, persone instancabili piene di speranza, testimoni della tenerezza di Dio in mezzo agli ultimi, ai non voluti, a coloro che non contano, agli impoveriti, alle persone affossate dalla vita e dalla gente, ecc., per essere segnali luminosi e vicini di liberazione e salvezza, hic et nunc.

Sì tempi che segnano la storia, tempi di crisi, di trasformazione, di “inverno”, ma che precedono sempre la primavera, i frutti, la luce e il sole. È bene che il “fogliame” della storia, anche nella vita della Chiesa e di quella consacrata, vale a dire, ciò che non porta più “sapienza di vita”, nei suoi contenuti ed espressione (semplicemente perché appartengono ad un’altra epoca culturale e teologica), si inaridisca e lasci il passo a nuovi fiori e a nuovi frutti. Senza nostalgie che paralizzano, in atteggiamento di fiducia e di amabile speranza e di impegno, perché sappiamo che lo Spirito crea sempre
condizioni nuove e carismi per ogni “capitolo” della storia dell’umanità e della Chiesa. Per ciò stesso, questi temi di crisi e di trasformazione, con le loro “inondazioni” e i loro “terremoti” sono necessari e benefici affinché abbiano a sorgere risposte creative valide per ogni umanità e per la comunità dei credenti. Solo così si apre la possibilità di essere fedeli ai nostri impegni verso Dio e la storia. È la pedagogia della libertà e della creazione, sempre coordinata con la speranza e la operatività a favore del Regno.

Tre grandi impegni per il presente quale premessa per il futuro.
La vita consacrata vuole essere “profezia del Regno”, si dice oggi con una bella immagine; vuole essere visibilizzazione concreta del Vangelo, vale a dire, di tutta la ricchezza e della proposta salvifica della Persona e del messaggio del Signore Gesù Cristo, in modo particolare attraverso una vita effettiva e affettiva delle Beatitudini (cf. Lc 6), e delle opere di misericordia (cf. Mt 25), in relazione ai consigli evangelici e alla vita fraterna. Ma come si può fare questo oggi? È evidente che ci sono molte forme diverse e legittime per farlo, tuttavia, in sintonia con un certo “sentire della vita consacrata di oggi” se interpreto bene, suggerisco tre impegni che stanno al centro del desiderio di rinnovamento dei consacrati/e del nostro tempo:
Adorare (Dio) – Accogliere (fraternità) – Servire (apostolato). È evidente una certa convergenza attuale – a partire dall’ esperienza della stessa vita di tanti religiosi/e e del servizio magisteriale di animazione ecclesiale (con tanti splendidi documenti di aiuto) di pubblicazioni e Capitoli – riguardanti la volontà di rafforzare questi tre elementi citati, quali premesse per un rinnovamento globale del carisma della vita consacrata, che è un carisma di testimonianza e di servizio. Sono tendenze comuni suscitate da un desiderio di fedeltà, forse “lettere” con qualcosa di divino per la “chiesa della vita consacrata oggi”. Saremo capaci di aprirle, leggerle, assimilarle e di metterle in pratica come un possibile dono dello Spirito? Io penso di sì.

Adorare
Adorare, sì, adorare Dio nella vita consacrata oggi e come una priorità totalizzante e inamovibile è un’esigenza che deriva dall’intimo della stessa consacrazione e della nostra vita religiosa, che ha esperimentato in se stessa tempi di “siccità” del Dio vivo e di allontanamento dal primo Amore”, giungendo a bere, a volte, a “pozzi di acqua inquinata” (“panteismo-sincretismo psico-sociologico-spirituale, con poco discernimento) anziché l’acqua cristallina delle “fonti della salvezza” (Parola – soprattutto lectio divina – sacramenti, liturgia, ritiri, esercizi spirituali, adorazione … ).

Grazie a Dio, oggi esiste una forte autoscienza da parte della vita consacrata circa il primato di Dio nella vita personale e comunitaria dei consacrati/e senza la quale sarebbe un costruire sulla sabbia. Ma altra cosa è che la consapevolezza di questo principio fondamentale sia “calato” a sufficienza nella pratica quotidiana, nei progetti personali dei religiosi/e e nei rispettivi progetti comunitari locali, provinciali e congregazionali. Anche se credo sinceramente che si cammini in questa direzione.

Adorare vuol dire mettere nuovamente e in tutto il suo splendore al centro della propria vita personale e della vita fraterna in comunità il Signore risorto, non come un valore aggiunto, marginale, occasionale, ma come vero asse essenziale di tutta una esistenza motivata dall’amore, dalla misericordia e dalla pace. Un valore non discutibile a cui bisogna garantire assolutamente tempo e spiritualità.
Come vita consacrata stiamo crescendo nella coscienza che adorare non è anzitutto un dovere, ma una pre-condizione e un’esigenza per la nostra stessa fedeltà alla vocazione e alla missione a cui siamo stati chiamati.

Adorare è la fonte di acqua fresca che viene dalla più pura tradizione religioso-monastica e che, grazie a Dio, le nuove generazioni di giovani religiosi/e assumono con entusiasmo e convinzione.
Non è assolutamente sufficiente per la vita religiosa, e soprattutto per i nostri giovani, “recitare insieme i salmi del giorno”. Viene chiesto, giustamente, di più, come per esempio imparare a essere apertamente persone di preghiera, con una sensibilità locale e universale, con il cuore in cielo e i piedi in terra; e facilitando l’accesso ai nostri spazi, per aprire “scuole di preghiera” per la gente, come ci chiede “Pietro”.
Noi consacrati e consacrate di oggi non riusciremo a vivere autenticamente la nostra vocazione e missione (se così fosse impoveriremmo enormemente la nostra esistenza e la vita della Chiesa e del mondo) se quotidianamente non troveremo tempo, personalmente e comunitariamente, per adorare Colui che Abbiamo giurato di seguire “per avere e dare vita al mondo” (perché infedeli); del tempo per proclamare-meditare il salmo 50 e il Magnificat; un tempo per “pregare” la nostra formula della professione religiosa.

Accogliere
Accogliere si riferisce, in questo contesto, alla fraternità, alla vita fraterna in comunità, e anche alla gente con cui ogni giorno siamo in contatto, per diverse ragioni. Sì, abbiamo bisogno di una maggiore attenzione a quattro parole-programma: accogliersi, comunicarsi, desiderarsi, perdonarsi. Bisogna investire molte energie in queste proposte, anche se ci costano, affinché le nostre comunità siano sempre più comunità umane ed evangeliche, in cammino di conversione, a servizio di una missione condivisa, con la capacità di vivere con serena soddisfazione e reciproca stima, altrimenti. .. “andremo a cercare fuori ciò che non diamo o riceviamo al di dentro”: una vita cordiale, amabile, servizievole, comprensiva, dialogante, impegnata, di stima, unita, sostanzialmente pacificata, umilmente gioiosa; anche in mezzo alle tensioni, ai problemi e ai peccati …

Molta strada ci aspetta, ma in questo ci aiutano anche i nostri giovani fratelli e sorelle di oggi, poiché … la sete di accogliersi-comunicare- desiderarsi-perdonarsi si trova nel loro DNA.

La tendenza generale della vita consacrata, mi sembra, va oggi in questa direzione, anche se evidentemente non è tutto “acqua di rose”. Ci sono delle comunità in cui si comunica bene, in cui ci si accoglie in maniera adeguata, dove le persone si stimano, si desiderano e perdonano; ma è anche vero che esistono numerose realtà in cui la comunicazione di vita e della fede delude o è assente; come manca la capacità di accoglienza, di accettazione e di amicizia e un’adeguata espressione di sensibilità, di sentimenti e affetti.

Penso che i movimenti ecclesiali abbiano qualcosa da insegnarci in questi ambiti dell’umano e del quotidiano delle relazioni interpersonali. In effetti, come sembra, tra di loro le relazioni sono più strette, spontanee e cordiali; in linea generale, tra di loro comunicano di più e si accettano reciprocamente, in linea generale, nelle loro ricchezze e nelle loro fragilità; non sono condizionati da modelli relazionali stereotipati o determinati da regolamenti; ci sono tra loro amicizia, vicinanza affettiva e meno atteggiamenti formali.

Accogliersi reciprocamente vuol dire anzitutto scoprire il significato biblico (AT e NT) dell’ ospitalità e dell’ ospite (spazio sacro per ascoltare e servire; presenza del divino in colui che ci fa visita). Significa accettarsi reciprocamente con cordialità e benignità, nella dimensione dei doni e delle grazie personali e nei limiti e le mancanze, in vicendevole umiltà, sapendo che tutti siamo “divini” poiché dimora di Dio Trinità, ma a volte anche “frutti amari”, conseguenza della nostra immaturità o infedeltà, o di ambedue; e aperti alla “correzione fraterna”, cosa tanto rara e tanto difficile oggi come sempre, poiché ci costa riconoscere che “siamo di creta” , anche se abbiamo ricevuto mediante i sacramenti dell’iniziazione cristiana lo Spirito e la vita di Gesù. Abbiamo realtà e atteggiamenti personali contrari al Vangelo che non hanno ancora “ricevuto la grazia de battesimo”! In altre parole, a volte, nella nostra vita vale di più la cultura o il “sangue” che non la nostra fede cristiana o la nostra vita consacrata.

Servire
Servire si riferisce al capitolo 25 di Matteo (al giudizio finale e al gesto di lavare i piedi ai discepoli (cf. Gv 13). Un’opzione preferenziale, senza esclusioni, in sintonia con la costituzione del Regno, le Beatitudini dove viene proposto un ideale di vita in cui “si fa tutto il contrario” di ciò che avviene normalmente nella realtà quotidiana del nostro mondo e dove coloro che non contano “contano”; quelli che sono, non “sono”; quelli che non hanno, “hanno”, ecc. È l’opzione dell’amore, tradotto in servizio, verso gli ultimi che saranno “i primi”, i “preferiti” nel Regno; l’attenzione delicata e rispettosa per i “piccoli”, i non desiderati, gli impoveriti, i malati, ecc. che abitano i mondi infiniti, e tanto vicini, della sofferenza, dell’emarginazione, dell’ingiustizia, della disperazione, dell’ allontanamento da Dio …

Il Signore ritorna a essere “Maestro e scuola” di attenzione al prossimo, sempre e in qualsiasi contesto, e indipendentemente dalla sua ricchezza o povertà etica, morale, religiosa, ecc. , accolti e serviti come “signori”, con rispetto, amore, delicatezza, come vediamo in tanti episodi del Vangelo. Lui e sempre lui sarà il grande Libro in cui imparare a servire il prossimo che incontriamo ogni giorno nel cammino della vita. E non ci sarà altra legge per essere “valutati” sulla fecondità o frustrazione della nostra vita, quando giungerà l’esame finale, circa l’amore o il disamore verso i fratelli e le sorelle, riflesso-immgine-presenza di Dio stesso. L’Amore “non ha bisogno” di essere amato, ma lo hanno coloro che “sono amati da Dio”, vale a dire ogni persona, in se stessa, a prescindere se è “santa o peccatrice”, per essere “inabitata” da Dio.

Anche in questo campo i giovani religiosi/e, come molti Movimenti ecclesiali ci spingono a spostarci verso “le frontiere” delle antiche e nuove realtà esistenziali della sofferenza umana, crocevia in cui si elaborano, con presenze umanizzatrici, credenti o no, risposte di speranza e di liberazione, di vicinanza e inclusione, forze per continuare ad andare avanti senza disperare. Ci spingono ad andare verso i mondi dell’ emarginazione, verso gli ambiti infranti dalla vita, non ancora redenti dalla compassione, il sacrificio e la tenerezza dei seguaci di Gesù, e in coloro in cui Egli continua a essere crocifisso, aspettando la liberazione. Ci spingono verso tutti questi mondi sociali, culturali, interreligiosi, ecc., in cui si crea “cultura” e scienza, in cui la vita si apre il cammino, come pure verso il mondo delle migrazioni, della conflittualità sociale, politica, economica, ecc; ci spingono verso le periferie delle città e anche della campagna, e a lavorare in sintonia con i movimenti ecologici, di solidarietà, ecumenici, interreligiosi, pacifisti, ecc.

Noi consacrati e consacrate siamo chiamati a “essere presenza di speranza e di umanizzazione” là dove altri non vogliono andare, mediatori della bontà del Dio di Gesù Cristo in mezzo a tanti esclusi, in nome di Gesù e della sua Comunità.

Tutto questo, sapendo che “siamo stati chiamati unicamente per essere inviati”, in piena disponibilità, senza ritagliarci “riserve di autonomia”, per andare dove non ci sono testimoni e seminatori di vita nuova, di Vangelo, di Gesù Cristo, il Salvatore, il Figlio di Maria.

Considerazioni finali
– Accogliersi-comunicarsi-desiderarsi-perdonarsi, “medicine” per la vita consacrata. La crisi attuale della vita consacrata (probabilmente crisi di fede e di significato) in un contesto di cambiamento trans-epocale, può essere una meravigliosa occasione per “rinascere” nella fedeltà e significatività al servizio della chiesa e dell’umanità;
– è necessario tornare alla dimensione di radicalità, di esigenza e coerenza evangelica nel modo di vivere i consigli evangelici e la vita fraterna in comunità, assieme a una sana tradizione di spiritualità e di ascetica;
– la priorità di una vita con Dio e in Dio come principio ispiratore e assoluto;
– presenza di consacrati e consacrate negli ambienti in cui “si gioca e decide la vita” dell’umanità, nelle frontiere e negli incroci dell’esistenza, al servizio della compassione e della liberazione nella fedeltà al Vangelo secondo i propri carismi (i mondi dell’economia, dell’arte, della scienza, delle comunicazioni, delle migrazioni, delle schiavitù e del commercio umano,ecc.);
– impegno nella vita consacrata a favore della creazione di una cultura di integrazione, di tolleranza, di inclusione, di armonizzazione delle differenze, di rispetto del diverso;
– gli unici e veri tesori che possiamo mettere a servizio delle nostre chiese e della gente in mezzo a cui viviamo sono i nostri voti religiosi, vissuti con coerenza e gioia, e la vita fraterna. Questa è la prima ferma di impegno e di testimonianza evangelica e umana, e di fedeltà vocazionale;
– il “virus” più contagioso e mortale presente nel mondo si chiama egoismo e l’antidoto più efficace è l’amore/perdono: abbiamo bisogno di comunità di perdono e di riconciliazione;
– non dedichiamo eccessive energie, mezzi e tempo ai problemi “di casa”, interni (carte, documenti, organizzazione, strutture, viaggi … Guardarsi di meno e aprire di più gli occhi verso l’esterno, per scoprire chi e dove hanno bisogno di noi; comunità interculturali, multi-etniche e internazionali, come laboratori di interazione conviviale che aiutino a travasare le proprie ricchezze nei diversi contesti ecclesiali e sociali;
– comunità che “dicano”e segnalino spazi di umanità e di spiritualità riconciliata, che accompagnino e condividano la fede, la solidarietà e le speranze;
– comunità che insegnino a dialogare senza aggredire, a cercare sempre punti di incontro con i nostri contemporanei per impegnarsi nei valori condivisi, a trovare il divino nell’umano di ogni giorno, che insegnino a pregare;
– comunità che rilancino il vivere gioioso la propria vocazione, nella fedeltà al proprio carisma particolare (dono dello Spirito per la comunità ecclesiale e umana). Sarà questa la migliore “propaganda” di pastorale vocazionale;
– comunità che non perdano il loro “essere sale della terra” per voler adattarsi al “pensiero debole” delle nostre società, con il pericolo di non essere più “voce controcorrente” in grado di mettere in guardia contro le “perdite di umanità e di spiritualità” nel nostro ambiente;
– comunità e persone a servizio delle chiese locali, senza vocazione di protagonismo di nessun genere (“non siamo gli unici né i migliori”), lasciando i primi posti e il centro a quelli del luogo, andando noi “ad limina”, alle frontiere culturali e ambientali, perché questo sarà il nostro miglior “biglietto da visita”;
– comunità sempre al servizio della verità nella carità, anche se a volte costeranno dispiaceri e incomprensioni. Semplicemente “parresia” evangelica, poiché non siamo altro che “servi e serve”;
– comunità che promuovano la pastorale vocazionale “dell’attrattiva”, della testimonianza gioiosa di vita, di servizio evangelico, di vita fraterna, di spiritualità e umanità;
– comunità che si ispirino alla Vergine Maria, Madre del Signore e nostra, modello di vita evangelica, fraterna e apostolica; donna che adora, accoglie e serve con bontà, gioia e umiltà; che riunisce a incoraggia i discepoli del suo Figlio, ogni giorno della storia; che discerne, crea unità, spazio e servizio per tutti; che arricchisce la Chiesa nella sua capacità di accoglienza, ascolto, sensibilità e tenerezza; che ci ricorda sempre ciò che è centrale nel Vangelo (“tornare a mettere nel cuore”) e ci sostiene con la sua materna protezione affinché continuiamo la missione del Figlio, nell’oggi della nostra storia personale, comunitaria e congregazionale, con atteggiamenti di ascolto, di sacrificio, di compassione, di comprensione e delicatezza, affinché tutti e tutte possano sentirsi “amati dall’ Amore” e vivere secondo la loro dignità di figli e figlie di Dio, del quale vogliamo essere inviati e testimoni di pace, giustizia e riconciliazione, nella Chiesa e nelle nostre famiglie religiose, nella quotidianità delle nostre esistenze.

Questi alcuni commenti e suggerimenti personali che parlano della necessità di uno sforzo maggiore nel cammino di fedeltà della vita consacrata. Non sono tutte stelle in questa opzione di vita, lo sappiamo bene. A volte la sequela è tradita dai nostri atteggiamenti imborghesiti e dalle nostre trascuratezze umane e spirituali. Conosciamo e sperimentiamo ombre, insuccessi, divisioni, silenzi, incoerenze, individualismi, mediocrità, immaturità, resistenze, disunioni, mancanza di comunicazioni, infedeltà … presenti nella nostra realtà esistenziale (portiamo tesori in vasi di creta, ci ricorda l’apostolo Paolo); ma noi religiosi e religiose, di oggi e di ieri, anziani e giovani, abbiamo anche capacità di donazione, di adorazione, di accoglienza, di creatività, di compassione, di solidarietà, di servizio per amore e con amore, camminando sempre verso una maggiore pienezza, affinché tutti abbiano vita in Colui che è la vita, la via, la verità, l’amore, con l’impegno a formare una comunità globale che anticipi l’esperienza del Regno del Signore Gesù.

Rivista Testimoni
Speciale: Anticipare le luci dell’alba (2010, 15, p. 23)

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