Il processo formativo nella vita consacrata

 Amedeo Cencini

 

La stagione che stiamo attualmente vivendo come Chiesa è chiamata nei modi più svariati, ma sostanzialmente convergenti, per dire il clima d’incertezza e discernimento, d’attesa e transizione, di cammino lungo un deserto che vede ancora piuttosto lontana la terra ove abitare. C’è chi tutto questo lo legge come un fatto negativo e che induce a una certa sfiducia e depressione; c’è chi invece vi sente soffiare dentro il vento nuovo dello Spirito che ci sta liberando da tante piccole o grandi schiavitù per fare nuove tutte le cose. In ogni caso, questo è il tempo che ci è stato dato di vivere, tempo carico di sfide e promesse, e che può senz’altro diventare nelle nostre mani e per le nostre chiese vero e proprio kairos, tempo provvidenziale, di grazia e sapienza, di rinnovamento fin dalle radici del nostro essere credenti nel Dio della salvezza. Purché sappiamo cogliere i… «mormorii dello Spinto», o riconoscere le strade che sta aprendo dinanzi a noi, anche se ancora non così battute e frequentate, e forse perfino incerte e un po’ avventurose, secondo qualcuno.

1. Se non è formazione permanente sarà frustrazione permanente…

Io credo che la formazione permanente sia uno di questi «mormorii» o di queste strade. Anzi, il termine ormai è entrato nel linguaggio comune e corrente, non è neppure una novità, è difficile che un sinodo diocesano o un capitolo generale o provinciale non lo metta all’ordine del giorno, ma – ahimè! – la strada, in concreto, continua a non essere così battuta.

Permangono incertezze sul piano teorico e pratico, reticenze e interpretazioni riduttive, mancano soprattutto modelli ben collaudati e progetti coraggiosi che coinvolgano tutti, davvero tutti all’interno d’una istituzione.

C’è chi dice che la formazione permanente sia un caso classico di rinnovamento incompiuto; è infatti più invocata che attuata; poco o solo approssimativamente teorizzata e non abbastanza organizzata in sistema logico e coerente; giustificata più sul piano funzionale che su quello della profonda e normale evoluzione dell’essere credente e dell’essere consacrato; concepita più in termini difensivi (nei confronti dell’odierno groupworkritmo accelerato dei cambi di ruolo, di mentalità, di attese…) che non propositivi; straordinaria più che ordinaria, e collocata, magari, negli anni delle grandi ricorrenze, come un premio alla fedeltà (o alla resistenza); spezzettata in corsi vari di aggiornamento e specializzazione e non unificata né unificante il cammino quotidiano di vita; e infine, voluta dai superiori molto più che dalla base, al punto – in certi casi – d’esser più o meno imposta (dai primi) e mal digerita (dai secondi). In definitiva, forse non siamo lontani dal vero se ci permettiamo dubitare che la formazione permanente sia sentita dai più come grazia… Con la conseguenza, se l’impressione corrisponde alla realtà, che anche quel più generale cammino di rinnovamento ormai indilazionabile e che tutti auspichiamo resta sempre incompiuto e teorico, solo apparente e parziale, non arriva a tutti e non testimonia la ricchezza di senso e la vitalità della vita credente, nella prospettiva della vocazione sacerdotale e consacrata.

D’altronde, se è vero, come dice il Potissimum Institutioni, che «il rinnovamento degli istituti religiosi dipende principalmente dalla formazione dei loro membri», una formazione carente o assente, e tale perché non accompagna tutta la vita del consacrato, non può certo rinnovare la vita consacrata. Così come per la vita presbiterale e cristiana in genere.

In questo intervento vorremmo allora identificare i principali nodi, teorici e pratici, che ancora impediscono questo processo di formazione permanente col rinnovamento che ne dovrebbe seguire e che vanno assolutamente sciolti, nella convinzione che, se la nostra vita di presbiteri e consacrati non è formazione permanente, sarà frustrazione permanente. Il contrario della formazione non è semplicemente l’assenza d’un aiuto o la perdita d’una opportunità, infatti, ma il processo esattamente contrario, la de-formazione.

2. I nodi da sciogliere

I nodi teorici sono tutti concentrati, al punto di sembrare a volte un unico nodo inestricabile, attorno all’idea di formazione permanente. Un’idea che parte inevitabilmente da lontano, dall’idea generale di formazione e di formazione iniziale, di soggetti e luoghi di formazione, addirittura dal concetto di fede, com’è vissuta dal prete e dal consacrato.

Proviamo a enucleare in positivo, come ipotesi di lavoro o prospettive su cui lavorare, alcune componenti di quella che potrebbe o dovrebbe essere l’idea nuova di formazione e di formazione permanente, capace di sciogliere quei nodi o di farli diventare snodi d’un rinnovamento non più incompiuto. Per fare meglio risaltare il senso di novità porremo in confronto a ogni punto la mentalità d’un tempo con quanto vorremmo ora proporre.

2.1 Prospettiva originaria della formazione

Secondo la mentalità dominante in un certo passato, la formazione è soprattutto quella iniziale, e va definita come quel periodo propedeutico che prepara la persona, sostanzialmente, a rendere definitiva la propria scelta e ad acquisire quella maturità, ma pure quei requisiti e strumenti che le consentiranno poi di affrontare con senso di competenza le situazioni della vita. Il punto di vista, dunque, o la prospettiva privilegiata da cui osservare il processo evolutivo della persona, sempre secondo questo orientamento classico, sarebbe quello della prima formazione: è quello il tempo della crescita per eccellenza. Il periodo successivo viene considerato come un unico indistinto periodo in cui sarebbero sufficienti dei «richiami» (ad es. il ritiro mensile o gli esercizi spirituali annuali o, tutt’al più, stages d’aggiornamento periodici) per mantenere un certo tono spirituale; «mantenere», appunto, quasi non fosse più possibile crescere ulteriormente.

In ogni caso questo tempo non era considerato di per sé tempo di formazione, o al massimo lo era solo perché e in quanto ribadiva o riprendeva modalità e contenuti del tempo precedente. Entro questa logica al giovane si ricordava che vi sarebbe sempre stato uno scarto in negativo tra tempo iniziale di formazione e tempi successivi, e mentre il primo era considerato, con una retorica a volte pedante e ingenua, il tempo dell’entusiasmo, i secondi erano inevitabilmente tempi duri, pieni di pericoli e rischi.

Questo tipo d’interpretazione della formazione è invalso per molto tempo, ed è probabilmente responsabile – anche se in maniera indiretta – di quei fenomeni d’inerzia e appiattimento, di pensionamento precoce e autosufficienza ecc. di religiosi o di presbiteri che dopo, rispettivamente, la professione perpetua o l’ordinazione hanno praticamente deciso di non aver più bisogno di formazione alcuna, con le conseguenze tristi che sappiamo, d’una vita che s’è progressivamente allontanata dall’ideale, d’un innamoramento che s’è via via smarrito e d’una persona che ha iniziato da quel momento un lento declino verso l’insignificanza e l’apatia, la ripetitività e la noia.

In realtà non c’è «nessun dubbio – rilevano Armand e Drancour – che, nella storia della formazione, il periodo nel quale l’istruzione è stata concentrata sulla giovinezza sarà considerato come paleo-culturale». Così come non c’è alcun dubbio che la logica che sta dietro a quella interpretazione riduttiva dev’essere esattamente invertita: la prospettiva normale da cui osservare e programmare il cammino maturativo della persona è quella dell’arco intero della vita, perché è solo nel corso degli anni e nell’avvicendarsi delle «stagioni evolutive» che l’individuo può portare a termine, per quanto può, l’ideale che s’è prefisso. La formazione è di per sé permanente. E solo a partire da questa accezione nativamente ampia sarà poi possibile suddividere i tempi della formazione stessa in periodi ognuno con le sue caratteristiche di vario genere e la sua incisività più o meno marcata. Ma è solo dal concetto di formazione permanente che si può far derivare o dedurre quello di formazione iniziale, non il contrario. La formazione permanente non è ciò che viene dopo la formazione iniziale, ma – per quanto paradossale possa sembrare – è ciò che la precede e rende possibile, è l’idea-madre o il grembo generatore che la custodisce e le dà identità.

2.2. Rilevanza teologica del concetto

Quanto abbiamo ora detto è vero su un piano anche semplicemente umano e psicopedagogico (come vedremo meglio), ma nel nostro caso attinge una verità ancor più profonda sul piano addirittura teologico e della teologia della fede, e di quelle due espressioni credenti che sono la vocazione presbiterale e la vocazione consacrata.

La fede, infatti, ha – da questo punto di vista – una duplice struttura: progressivo-dinamica e storico-esperienziale, è assenso che matura lungo un cammino costante, o adesione mentale-affettivo-volitiva che avviene solo dopo un lungo processo. È qualcosa di complesso e articolato, che non si dà in un singolo istante e si compie, invece, nell’arco della vita e nella storia concreta, assumendo forme e configurazioni specifiche, secondo la vocazione particolare d’ognuno. Il sì alla chiamata non è il proprio modo specifico di credere, la «forma» che esso assume? In tal senso credere è come un lento pellegrinaggio che a ogni passo svela qualcosa di nuovo e forse d’imprevisto, per un’esperienza di Dio che ogni giorno s’arricchisce ed è messa alla prova, deve combattere ed è resa più forte, fino all’ultimo giorno di vita.

Per questo alla fede si giunge solo dopo un cammino di formazione permanente; anzi, più che di atto di fede, che è qualcosa di statico e compiuto in sé, si dovrebbe parlare di formazione continua dell’adesione credente, in un organismo chiamato a divenire adulto nella fede, nella concretezza e unicità della sua vita, «nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). La formazione permanente della fede, allora, si compie nella formazione altrettanto permanente di quel progetto nascosto nel piano vocazionale di ognuno e che, al tempo stesso, al di là d’un progetto prettamente individuale, mira a «edificare il corpo di Cristo» (Ef 4,12). Se, ad esempio, «il fine della vita consacrata consiste nella configurazione al Signore Gesù e alla sua totale oblazione, è soprattutto a questo che deve mirare la formazione», anzi, in questo consiste la formazione, in un «itinerario di progressiva assimilazione (da parte del giovane e poi adulto) dei sentimenti di Cristo verso il Padre»; o, nel caso della vocazione presbiterale, dei sentimenti del Buon Pastore che si prende cura e vuoi salvare tutte le sue pecore. Evidentemente un itinerario come questo non potrà che durare tutta la vita e investire tutta la persona; non basta certo un tempo limitato per giungere ad avere in sé addirittura i «sentimenti del Figlio», anzi, non basterà neppure tutta la vita, e dunque sarà necessario camminare ogni giorno in questo esaltante e faticoso percorso, teso verso un obiettivo che ci supera da ogni parte e ci apre costantemente alla relazione.

Ma non solo questo; se tale è il fine della vocazione sacerdotale e religiosa, allora la formazione non è più solo cammino propedeutico, pedagogia che prepara ad assumere un’identità e gli obblighi a essa connessi, ma diventa addirittura teologia, o un modo teologico di pensare e definire la stessa consacrazione a Dio, cioè come un lento e progressivo processo di formazione in noi dell’uomo nuovo, o di un cuore umano capace di assumere i sentimenti divini, di battere all’unisono col cuore di Dio. La vita del presbitero e del consacrato, insomma, è formazione in se stessa; la formazione non è esigenza estrinseca per queste due vocazioni come forse per qualsiasi altra professione o ideale di vita, ma ciò che le definisce intrinsecamente.

Mi sembra un punto molto importante comprendere la rilevanza anche teologica del concetto di formazione permanente, perché ciò ci consente di capire meglio la natura dell’opzione di consacrazione, sacerdotale e religiosa, che – per natura sua – è come una lunga parabola formativa mai finita, paziente gestazione del Figlio in noi a opera del Padre per la potenza dello Spirito, come un interminabile processo evolutivo psicologico e assieme spirituale.

Solo secondariamente il concetto di formazione permanente può esser inteso come implicanza contingente o esigenza connessa al ritmo della vita attuale, sempre più mutevole e frenetico, e al carattere dinamico dell’essere umano, sempre più coinvolto in una realtà potenzialmente arricchente ma anche complessa. Fosse solo questo la formazione permanente sarebbe intesa riduttivamente in modo difensivo, come un argine per non esser travolti dalle accelerazioni delle trasformazioni odierne o un sistema per restare al passo coi tempi, e tutt’al più diverrebbe aggiornamento, magari anche di tipo spirituale, ma in ogni caso qualcosa di straordinario, fatto di corsi speciali, d’interventi periodici, di anni o semestri sabbatici e quant’altro, insomma, possa garantire una sorta di supporto generale, sul piano dell’informazione tecnico-pratica o dell’aggiornamento apostolico o dell’animazione spirituale o dell’approfondimento carismatico (o del riposo psico-fisico) ecc. Tutti aspetti positivi e necessari, sia ben chiaro, ma che rischiano di dare un’idea ancora settoriale, parziale ed episodica della formazione continua, e di non farne sufficientemente risaltare quella valenza teologica che illumina di senso e aiuta ad afferrare la natura della stessa vocazione cristiana.

2.3. Orizzonte di senso

Abbiamo detto che la formazione religiosa o presbiterale non si gioca tutta nel tempo della preparazione ai voti o agli ordini, né è teoria («bella teoria», direbbe ironicamente qualcuno) poi magari smentita o ridimensionata dalla pratica. C’è un rapporto che va colto con correttezza tra questi due momenti strategici e che l’idea di formazione permanente ci pare aiuti a decifrare. Più precisamente, «l’iter di formazione non può e non vuole anticipare il futuro, né deve artificiosamente ricostruire quel contesto nel quale poi si vivrà il ministero. C’è un salto inevitabile e salutare. La formazione del seminario (o del noviziato e post-noviziato) abilita esattamente a questo passaggio: a entrare nel vivo di una responsabilità e di un cammino di discepolato capaci di rigenerare e convenire chi in essi si pone in libertà e disponibilità». Dietro a queste affermazioni c’è un equilibrio molto delicato e continuamente da precisare e calibrare, e che potremmo formulare così: la formazione iniziale prepara alla consacrazione, ma è la formazione permanente che forma il prete o il consacrato, perché è il ministero, la vita comune, il servizio ai poveri, la ricerca dei lontani, l’annuncio della pasqua di Gesù nelle vicende umane, la vita di sempre… il luogo primario e pertinente della formazione.

C’è, dunque, una inevitabile tensione tra le due fasi formative, tensione che è feconda se sta a sottolineare che «la vita si nutre sempre daccapo e che gli anni della prima formazione non sono da interpretare come tempo in cui si acquisisce tutto ciò che è necessario per vivere, cosicché, poi, lo si debba solo applicare». Tensione che è invece rischiosa se finisce per affermare che non è possibile prefigurare le caratteristiche e gli sviluppi della vita futura d’una persona durante gli anni della formazione iniziale; forse in un contesto storico più statico e meno complesso era più facile prevedere il dopo, i gesti e gli stadi continui della conversione; era meno difficile anticipare situazioni problematiche, intuire le forme originarie di particolari crisi di interpretazione di sé, del proprio esser consacrati e del mondo. Nel contesto attuale tutto ciò è più difficile e nient’affatto scontato. Proprio per questo oggi in maniera del tutto particolare la formazione permanente diventa l’orizzonte di senso della formazione iniziale, non solo la sua prospettiva originaria, ma anche quella finale, il suo obiettivo naturale e il suo completamento, ciò che fa sì che la vita vissuta nel dono di sé sia e diventi davvero il luogo normale della formazione.

Quando però la tensione non è vissuta in modo equilibrato sono possibili vari squilibri nell’approccio al ministero apostolico; classico è quello di quei giovani preti e consacrati che, una volta entrati nel ministero, se ne lasciano assorbire al punto da azzerare ogni percorso formativo, spirituale e culturale, che non sia «funzionale» all’azione apostolica. Apparentemente costoro sembrano totalmente dediti alle fatiche apostoliche, in realtà alla fine anche l’impegno in esse rischia l’ambiguità. Quando, infatti, il lavoro pure benemerito è vissuto in modo assorbente ed equivoco, o quando lo stesso dono di sé non è bilanciato con le esigenze della vita comune o dagli altri impegni e momenti della vita d’un consacrato o d’un sacerdote, senz’alcuna disponibilità a lasciarsene formare, «al posto di formare deforma, sfigura, esaurisce le forze. In ogni caso non è mai un luogo neutro: o forma o deforma».

2.4. Mistero e ministero

Infine, la formazione permanente sottolinea un’altra dimensione essenziale del nuovo pensare formativo: la formazione come mistero, o come accoglienza del mistero dell’uomo e risposta a esso. Mistero non semplicemente come ciò che non si può capire, come oscurità per la mente penetrabile solo con l’atto (cieco) di fede, ma mistero come possibilità di tenere dinamicamente unite polarità apparentemente contrapposte, come possono essere i limiti e le aspirazioni nell’uomo, o il santo e il peccatore che sono presenti in ogni essere umano, la sua libertà e la sua schiavitù, lo spinto e il corpo,la chiamata di Dio e le pretese dell’istinto… L’uomo è entrambe le cose, sarebbe assurdo cancellare una delle due dimensioni, ed è proprio la categoria interpretativa del mistero che consente di tenere assieme a occhi ben aperti, di integrare con intelligenza le due polarità contrapposte come non più contrapposte, o almeno non più in modo irrimediabile o sterilmente conflittuale.

Un solo esempio: l’uomo spirituale non è tanto il «perfetto» che ha eliminato i suoi istinti e non avverte più alcun richiamo della carne, ma colui che ha imparato a riconoscere in essa un richiamo ancor più profondo, che va oltre la ricerca d’una gratificazione individuale e manipolatrice dell’altro, e apre al contrario la vita alla relazione autentica: spiritualità è relazione (come diremo meglio più avanti), ma relazione che sfrutta l’energia contenuta nella vita pulsionale, perché ancor prima legge nel corpo stesso la verità dell’uomo, o alcuni frammenti d’essa. Per questo si può ben dire, nell’ottica del mistero, che l’uomo spirituale è anche il più carnale tra gli esseri umani.

Ora, se la formazione d’un tempo pretendeva, un po’ ingenuamente e poi forzosamente, d’eliminare la polarità subito giudicata come assolutamente negativa, proponendo a volte un ideale impossibile di santità (con tutte le conseguenze di ossessione perfezionistica che conosciamo) e finendo per impoverire il potenziale energetico umano, oggi si dovrebbe cercare d’integrare le due prospettive, passando dal modello della perfezione a quello della integrazione. D’altronde, quella pretesa è irrealistica e può durare ben poco, è un malinteso tipico di entusiasmi spesso passeggeri, limitati agli anni giovanili o ai primi tempi della formazione iniziale, perché non tiene abbastanza conto della realtà umana.

Una dinamica formativa, invece, che si distende su tutta la vita consente di penetrare fino in fondo nel mistero dell’uomo, ad es., fino a discendere negl’inferi della sua nequizia e vulnerabilità, ma pure a salire in alto per cogliere la trascendenza della chiamata che lo introduce nel mondo dei desideri divini; nell’arco intero d’una vita fatti positivi e negativi si rincorrono e contrappongono, per concorrere, alla fine, a delineare un’immagine realista dell’uomo, in cui la coscienza di peccato si sposa armonicamente con l’autentica tensione di santità. In un cammino formativo lungo quanto l’esistenza è più facile cogliere la complessità misteriosa del cuore umano, la sua grandezza e assieme la sua debolezza, o quel misterioso intreccio che lega il corpo allo spirito e in cui consiste l’autentica e sempre inedita tipicità umana. È nella formazione permanente che emerge con chiarezza la verità dell’uomo, santo e peccatore, fatto di terra e con desideri celesti, e si ridimensionano quegli unilateralismi o esasperazioni, in senso ottimistico o pessimistico, delle visioni parziali che non sanno accogliere il mistero.

Ed è proprio l’apertura al mistero dell’uomo che sottolinea un’altra dimensione della formazione, quella della formazione come ministero. Sia perché tale formazione, come già accennato, avviene nel ministero, come luogo abituale – potremmo dire – di svelamento di questo mistero o di convergenza di tutti gli aspetti di esso, sia perché proprio il mistero stesso dell’identità consacrata e presbiterale rende la formazione un vero e proprio ministero, un servizio prezioso che un fratello offre a un altro fratello e che dovrebbe esser sempre più servizio abituale, non straordinario. In tal senso, affermano i vescovi italiani nel documento sulla formazione permanente dei presbiteri, «è particolarmente promettente per la formazione permanente la presenza di alcune figure nell’ambito della fraternità sacramentale del presbiterio: quelle presenze informali di preti carismaticamente dotati sul piano della relazione, o comunque consapevoli che un dono prezioso, soprattutto oggi, è il servizio dell’incoraggiamento e della speranza».

Tale ministero sarà ancor più prezioso e indispensabile in certi momenti. L’attenzione al mistero della vita umana, infatti, esige un atteggiamento del tutto particolare, sul piano della disposizione d’animo e della proposta d’aiuto, nei confronti di chi vive il dramma della crisi religiosa e/o sacerdotale. Sarà importante, in questi casi, offrire un ascolto che consenta di percepire la radice delle difficoltà (spesso sconosciuta allo stesso individuo), una benevolenza illuminata che trasmetta al fratello quell’accoglienza che invita all’apertura, una competenza che sappia identificare quella fase dello sviluppo in cui «qualcosa» s’è bloccato, una capacità di rapporto e calore umano che aiuti a rimarginare certe ferite e a sbloccare certi nodi, un ministero di soccorso fraterno che aiuti a riscoprire e vivere il mistero ecc. Il mistero del cuore umano che si lascia sedurre dall’amore divino al punto di sceglierlo come il suo «unico» e più grande amore, si realizza di fatto attraverso il ministero della mediazione d’un altro cuore umano, d’un fratello che si pone accanto per accompagnare lungo le fasi di questa misteriosissima seduzione, anche e soprattutto nelle situazioni critiche, per prevenirle il più possibile o aiutare a viverle come sfida a crescere nelle varie dimensioni della vita spirituale. È la grazia, ancora una volta, che agisce attraverso la natura. È la grazia della formazione permanente!

La famiglia religiosa o diocesana che è madre, e proprio in quanto madre, ha non solo il diritto-dovere di chiedere il massimo della dedizione ai propri membri, ma ha assieme il dovere di offrire l’aiuto adeguato in ogni stagione della vita perché ognuno sia messo in grado di poter dare con gioia il massimo di sé. Forse, allora, non è fuori luogo questa riflessione autocritica: quanti fratelli o sorelle, di quelli che hanno lasciato la vita consacrata o sacerdotale o che si sono «adattati» a una vita mediocre o che hanno «deciso» di non crescere più, avrebbero potuto essere aiutati e potrebbero esser provocati ad affrontare diversamente i loro problemi, per il bene loro e della Chiesa intera!?

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