Saremo ancora capaci di passioni?

La risonanza di un giovane religioso

Non mi piacciono i titoli col punto interrogativo, soprattutto se non esprimono una tesi da dimostrare o una affermazione che costringa il lettore a tenere gli occhi attaccati al foglio, curioso della risposta: ma se mi si chiede una testimonianza sul vissuto personale dei giorni in cui si è celebrato il Diapositiva3Congresso internazionale della vita consacrata, devo autocontraddirmi rispetto a quanto detto in apertura, perché un evento tanto grande, celebrato in questo momento della storia, non ha lasciato in me, appunto, che una domanda.

Saremo ancora capaci di passioni?

La dinamica che mi ha portato a formularla non è il mio scetticismo o una velata insoddisfazione riguardo al Congresso stesso (che ho molto gradito), ma gli obiettivi che la vita consacrata sta disegnando oggi come suo orizzonte di senso. Si sente parlare di «alternativa», di «rifondazione», di «rivoluzione», di «controtendenza» e stupisce che questo sia il sogno di una vita consacrata «vecchia» nella sua età media e nelle sue risorse umane – parlo da europeo –, che nel particolare delle sue comunità accusa una rottura generazionale che procura non pochi problemi a tutto l’impianto teologico-vocazionale della sua pastorale.

È innegabile d’altronde che di fronte a questo mondo la vita religiosa o è alternativa o non è, se per alternativa intendiamo la misura di adesione al Vangelo e alla sua forza rinnovatrice dei processi storici: e allora sogniamo una vita religiosa comunionale, apripista di culture alternative, economie alternative, politiche alternative…

Il Congresso ha proposto un intenso discernimento di questa dimensione alternativa della vita consacrata chiamandola «passione», per Cristo e per l’umanità, immergendo lo sguardo in due icone evangeliche, la Samaritana e il Samaritano, due «lontani» raggiunti dalla prossimità beneficante di Gesù. Una prossimità che ben esprime il senso della scelta di noi religiosi, l’abbraccio dei consigli evangelici e la prospettiva comunitaria da cui guardiamo il mondo, così ben narrata da un’altra icona, quella della Trasfigurazione, incipit spirituale di Vita consecrata, ma anche grande esperienza di passione, per Cristo e l’umanità. In questo discernimento sulla passione, il Congresso si è fermato molto a sognare una vita religiosa oltre la soglia del presente: un modo di incarnare l’alternativa, ma un modo che, ahimè, traduce l’anzianità e, chissà, la fatica del nostro sguardo. Mi riferisco soprattutto a due interventi, quello di Thimoty Radcliffe (che ho apprezzato molto) e quello di Sandra Schneiders: il primo, La vita religiosa dopo l’11 settembre e il secondo, La vita religiosa del futuro. I titoli dei due interventi, al di là della singola efficacia, esprimono la volontà di iscrivere l’alternativa nella sola coordinata temporale e, nel loro sviluppo, hanno finito, per la bravura dei due conferenzieri, per denunciarne l’insufficienza. Il tempo è una categoria in crisi nella nostra cultura, condannata al relativismo e poco adatta a tenere testa al mutamento dei processi storici; la categoria dello spazio, soprattutto grazie all’affermazione dei non-luoghi, ha preso il sopravvento determinando un nuovo modo di approccio nelle relazioni e nella costruzione dell’identità, singola e collettiva.

L’11 settembre è una data fuori dal calendario e dal susseguirsi solito dei giorni: la televisione l’ha eletto a paradigma interpretativo di politiche e fatti internazionali, l’ha elevato a simbolo della paura globalizzata, l’ha strappato alla dimensione del tempo storico per inserirlo nella dimensione del tempo mediatico, in cui conosce solamente chi può comunicare. In questo contesto trovo fondamentale la domanda proposta da padre Thimoty: «Quali segni offriamo noi?».

Io non vedo altro segno se non spostare l’asse della nostra progettualità dalla dimensione del tempo a quella dello spazio, per recuperare la prima come memoria, comunione e fedeltà creativa; spazio, invece, inteso come crocevia di relazioni umanizzanti, esperienza di incarnazione del carisma, perché non è detto che uno stesso seme, in un terreno diverso, non possa dare frutti migliori!

Arriviamo così alla mia domanda: saremo ancora capaci di passioni?

Il futuro in cui ci addentriamo non regala niente a chi vuole fare della passione il cardine di una spiritualità liberante, centrata sull’umano e sull’accoglienza del diverso: si ha l’impressione che gran parte della nostra spiritualità ancora non sia in grado di offrire uno sguardo sereno sulla passione come dinamica antropologica, macchiata di retaggi dualistici che costringevano l’elemento biologico a un ruolo subalterno rispetto a quello spirituale. Illuminanti, in questo senso, gli spunti di Bernardo Olivera, generale dei Trappisti, che ci ha ricordato come il Medioevo facesse del desiderio l’elemento unificante della persona a differenza della nostra epoca che utilizza il desiderio come frantumazione della personalità e mezzo di ricatto commerciale.

Saremo ancora capaci di passioni?

Non lo so, eppure credo che la risposta a questa domanda determini non solo il futuro della vita religiosa, ma il senso stesso della sequela; se avremo il coraggio della fedeltà all’umano, avremo il coraggio della fedeltà al Vangelo; se la comunità saprà configurarsi non come casuale intreccio di esistenze, ma come inserimento creativo nelle arterie della cultura per vivere lì il valore della propria scelta, inizieremo a riscrivere quella storia che, depositata nei meandri della memoria, comincia a non rievocare più nulla; se avremo la forza della passione, del desiderio come abbraccio incondizionato del volto sfigurato dell’oppresso, riveleremo il volto di un Dio che si è fatto vicino, non nel tempo, ma nello spazio, vicino perché prossimo e fratello bisognoso.

Matteo Mennini

Fratello delle Scuole Cristiane

Via dell’Imbrecciato, 181

00149 Roma

Cortesia di Vidimus Dominum – Il Portale di Vita Religiosa

Sito:  www.vidimusdominum.org

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