formazione e attualità

  1. I cardini della formazione

 Cristo è la roccia su cui tutto deve poggiare. Seguono l’esperienza di Dio centrata soprattutto sulla preghiera personale, la vita comunitaria basata sulle relazioni personali, la missione evangelizzatrice integrata nella formazione, infine lo studio a cui bisogna riservare il tempo necessario.

 Quante volte si è sentito ripetere che la formazione deve essere la “prima priorità” degli istituti religiosi. Ma è effettivamente così? Come si presenta oggi la situazione? Padre Carlos Palmés,  sulla rivista della CLAR (luglio-settembre 2007), partendo dalla sua lunga esperienza in campo educativo, scrive che ci sono molti istituti che dedicano una grande cura alla formazione dei propri religiosi, altri invece che si accontentano di una formazione superficiale, ossia del minimo indispensabile.1

La differenza tra le due situazioni è evidente. Nel primo caso, osserva, abbiamo giovani ben preparati ad affrontare il loro servizio apostolico e la vita di comunità. Tra di essi l’indice di perseveranza è più alto. Nel secondo caso invece diverse vocazioni, anche eccellenti, si perdono per incuria o perDiapositiva1 mancanza di un’organizzazione adeguata nelle varie tappe della formazione. Ciò si verifica soprattutto nelle congregazioni piccole che mancano di personale preparato o in quelle che non hanno avuto il coraggio di attuare la “rifondazione” post-conciliare, oppure mandano i giovani nel “campo di battaglia” senza la debita preparazione.

Se si vuole che la formazione sia solida, osserva il padre, deve avere come fondamento i seguenti presupposti: Cristo, come roccia su cui tutto poggia; l’esperienza di Dio centrata soprattutto sulla preghiera personale; la vita comunitaria basata sulle relazioni personali; la missione evangelizzatrice, integrata nella formazione; infine lo studio a cui, in una determinata fase, bisogna riservare il tempo necessario.

Sarà forse opportuno ricordare, fin dall’inizio, che p. Palmés ha presente soprattutto la situazione in America latina, anche se certe realtà descritte si ripetono un po’ dovunque.

  1. Due omissioni imperdonabili

 

Prima di entrare in merito alle varie tappe della formazione, il padre propone alcune osservazioni preliminari. La prima è che molti candidati che bussano oggi alla porta delle comunità portano con sé numerose lacune dal punto di vista umano, psicologico e spirituale. Sono tuttavia giovani pieni di attese e di entusiasmo, desiderosi di impegnarsi con generosità in una vita che li affascina. «Non bisogna perciò permettere che questo “fuoco sacro” si spenga imponendo delle minuzie che non rispondono ai loro ideali. Se non si offre loro una formazione “di qualità”, in breve tempo cominceranno a provare un senso di delusione e di stanchezza».

Due sono, a suo parere, le principali omissioni che a volte si avvertono in campo formativo: la mancanza di continuità nella formazione dopo il noviziato e la carenza di accompagnamento spirituale.

Il “peccato” più grave in molte congregazioni, scrive il padre, continua a essere quello di mandare i giovani o le giovani, immediatamente dopo la prima professione, nelle attività apostoliche senza continuare la formazione, sovraccaricandoli di lavoro e di responsabilità per le quali non sono sufficientemente preparati, oppure impegnandoli in uno studio assorbente e tale da non lasciare il tempo sufficiente per coltivare con la dovuta intensità il rapporto con Dio e la vita di comunità. «Quasi tutti, sottolinea il padre, finiscono così con l’attraversare periodi di dubbi e di frustrazione. In alcuni istituti essere junior/a vuol dire essere in crisi».

La seconda omissione è la mancanza di accompagnamento spirituale, esigenza tanto raccomandata anche dall’esortazione apostolica Vita consecrata (66). Il problema sorge, non tanto durante il noviziato, ma dopo, quando il giovane è chiamato a integrare la sua vita spirituale con le realtà della vita concreta, e per di più in una comunità per lui nuova, probabilmente composta di persone anziane. Il giovane si trova così disorientato. Il rapporto superficiale che c’è con i membri della comunità non è sufficiente per accompagnarlo sulle strade sconosciute che si trova a dover percorrere. Capita di frequente allora che il giovane si lasci assorbire dallo studio o dall’attivismo, perdendo di livello in altri aspetti essenziali fino a cadere in una specie di anemia spirituale.

Ovvia perciò l’esigenza di poter contare su formatori e formatrici ben preparati che abbiano ad assolvere a questo compito. Non basta che uno sia superiore per essere in grado di esercitare con efficacia questo accompagnamento. Ci vogliono formatori “di qualità” che non devono essere necessariamente sempre dei sacerdoti. Oggi, sottolinea p. Palmés, vi sono delle religiose che assumono con entusiasmo questa missione ed «è deplorevole che per lunghi secoli si siano sotterrati tanti talenti per pregiudizi canonici o per una mentalità maschilista».

Secondo il padre sono ancora molti gli istituti, non solo maschili, che non hanno ancora scoperto le necessità dell’accompagnamento.

  1. Le varie fasi della formazione

 

La formazione è un lungo itinerario che deve svilupparsi in base alle fasi in cui si articola il cammino del giovane verso la piena maturità, in quanto consacrato. Queste fasi sono: il pre-noviziato o postulantato, il noviziato vero e proprio, lo juniorato e, infine, la formazione permanente. Per ognuna di queste è necessario tenere presenti alcuni elementi essenziali.

3.1.Il pre-noviziato

Anzitutto il pre-noviziato: è questo il tempo in cui è necessario rafforzare la base umana del giovane, introdurlo alla vita spirituale e, inoltre, in cui fare discernimento circa la sua vocazione in modo che, prima di entrare in noviziato, risulti già chiaro che questa è la sua strada.

Bisogna, in primo luogo, rafforzare la base umana, anche perché la vita comunitaria oggi è molto più esigente che non nel periodo anteriore al concilio quando l’accento era posto quasi esclusivamente sulla “osservanza regolare”. Come fondamento, sarebbe opportuno che ci fosse in partenza un buon livello di studio. Se questo manca, difficilmente si potranno capire i valori profondi della vita consacrata.

È necessario, inoltre, rafforzare la base cristiana, anche perché oggi la maggioranza dei candidati, compresi coloro che hanno frequentato l’università, sono piuttosto sprovveduti sotto questo punto di vista.

Quando dei giovani entrano nella vita religiosa vi giungono con grandi speranze ed entusiasmo. Ma se non viene offerta una formazione di qualità, ben presto subentrerà in loro la delusione e la stanchezza. I formatori dovranno allora chiedersi perché e vedere se l’istituto risponde veramente alle legittime attese dei giovani. Ci sono delle congregazioni, scrive p. Palmés, in cui le defezioni avvengono con un ritmo allarmante. E la causa sta a volte o negli stessi giovani o nella mancanza di selezione, ma più frequentemente risiede nei superiori/e che mettono tutto il loro impegno nell’ordine esterno o nelle minuzie liturgiche, o nell’esigere rispetto e obbedienza verso gli anziani, ecc., ma non hanno nulla da comunicare e cercano di nascondere con richieste insignificanti la mancanza di obiettivi e di contenuto. Dove invece si offre una buona formazione, i giovani rispondono bene e giungono a essere eccellenti religiosi/e.

Il tempo del pre-noviziato è la fase in cui introdurre alla vita religiosa e per fare discernimento circa la vocazione, in modo che, prima di entrare in noviziato, sia chiaro che questa strada è quella su cui Dio chiama. Non bisogna lasciare questa scelta al noviziato poiché l’indecisione sottrae molte energie e pregiudica la profondità di impegno nella sequela di Cristo.

Durante questo periodo bisognerà inoltre introdurre i giovani ai due aspetti già segnalati: la vita di preghiera e l’accompagnamento spirituale, facendo attenzione a non confondere la preghiera con le preghiere e le pratiche di pietà, come se esse costituissero il principale nutrimento spirituale. Queste, senza la preghiera personale, non toccano la vita. È necessario invece introdurre il giovane alla conoscenza e all’amicizia con Gesù in modo che egli senta il gusto e il bisogno dell’incontro frequente col Signore.

3.2. Il noviziato

Segue quindi il noviziato, periodo privilegiato per mettere solidi fondamenti. E il primo di tutti è la preghiera personale. La domanda più importante da porsi e a cui rispondere al termine del noviziato è se il novizio/a è un uomo o una donna di preghiera.

La preghiera di cui si parla è quella contemplativa attraverso la quale si stabilisce un “dialogo di amore con Colui che ci ama”. Il novizio/a deve giungere a un vero “innamoramento” di Cristo. Purtroppo vi sono dei religiosi che non sembrano essersi mai innamorati di Cristo e che pregano per dovere o per una determinazione volontarista. Ciò ha come conseguenza la fragilità di alcune vocazioni che entrano in crisi alla prima contrarietà che si presenta.

3.3.Juniorato

Terminato il noviziato inizia la fase dello juniorato. Secondo p. Palmés, la parola chiave di questa tappa è integrazione. Il pericolo invece si chiama discontinuità.

L’integrazione riguarda l’armonizzazione tra i seguenti quattro aspetti fondamentali: esperienza di Dio, comunità, missione e studio. La discontinuità avviene invece quando c’è una rottura tra noviziato e juniorato, quando cioè non si giunge a coltivare in modo equilibrato questi quattro aspetti.

L’inconveniente più comune è il sovraccarico di lavoro e di responsabilità che non permette di dare a ciascuna cosa il suo tempo. A volte sono gli studi ad assorbire il tempo e le energie; altre volte è l’attività apostolica ecc. Si può giungere a imporre una vita disumana in cui non c’è tempo nemmeno per dormire a sufficienza. Tutto questo sconvolge la vita religiosa. Soprattutto non si trova nessuno che possa accompagnare spiritualmente i giovani con periodicità e così essi sono condannati alla solitudine. E la prima cosa che cede è la preghiera personale, e subito dopo la vita di comunità. Nel giro di qualche mese si cade in uno stato di “anemia spirituale” molto pericolosa. Non c’è da sperare nel miracolo, come si constata in numerosi istituti, che la persona si conservi sana e robusta senza nutrirsi spiritualmente. Ed è proprio in questi istituti che avvengono con maggior frequenza le crisi vocazionali e si verificano psicosi collettive di diserzione.

Molto importanti in questo periodo, sottolinea p.Palmés, sono anche gli studi, non solo per potere in un domani esercitare con efficacia l’apostolato, ma anche per nutrire la propria vocazione, soprattutto in un mondo come il nostro. Occorre però fare attenzione a un rischio: gli studi, quando giungono ad assorbire tutte le energie, non lasciano il tempo per “essere religiosi”. In questo caso sarebbe opportuno prolungarli, magari di un anno. Non si può infatti sacrificare la persona e la sua vocazione per ottenere rapidamente un titolo.

È opportuno, comunque, che durante lo juniorato ci sia una persona vicina e amichevole, incaricata di seguire i giovani. Questa non deve essere necessariamente di prestigio. In effetti «è molto più importante la dedizione e la vicinanza amorevole che non il fatto di essere una persona di prestigio, magari sovraccarica di lavoro, e quindi non in condizione di seguire i giovani nella maniera dovuta».

3.4.Formazione permanente

Rimane, infine, la formazione permanente indispensabile per vivere in uno stato di costante rinnovamento. Questa deve riguardare l’esperienza di Dio a cui bisogna dedicare del tempo per coltivare una relazione prolungata e costante con lui nella preghiera, rompendo il ritmo frenetico dell’attività; in secondo luogo, la vita comunitaria, favorendo lo svilupparsi di una vera “amicizia nel Signore” con i propri fratelli o sorelle. È opportuno pertanto rivedere lo stile della vita comunitaria affinché la comunità non si riduca a una semplice convivenza pacifica, ma sia il luogo dove attuare il comandamento dell’amore.

Inoltre sarà necessario coltivare anche gli aspetti “accademici” ossia il perfezionamento in alcuni argomenti basilari quali la teologia, la Bibbia, la spiritualità, così pure alcuni elementi di psicologia, la conoscenza della realtà sociale ed ecclesiale… Infine l’apostolato affinché sia impegnato e controllato.

Conclude p. Palmés: «È di somma importanza integrare i tre aspetti fondamentali della vita consacrata – preghiera, comunità, apostolato – in modo da dare a ognuno il suo spazio e il suo tempo, se non si vuole cadere in un “attivismo sfrenato”».

In una parola, «la formazione deve essere in tutti gli istituti la “prima priorità”. Se si dà una formazione eccellente, si avrà una provincia, un istituto eccellente. Se si dà una formazione mediocre, l’istituto sarà mediocre».

  1. ‑Cf. Carlos Palmés, «Ser o no ser: el religioso del siglo XXI. La formación del religioso», in Revista CLAR 3 (2007), 52-60.

 

Cortesia di Vidimus Dominum – Il Portale di Vita Religiosa

Sito:  www.vidimusdominum.org

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