(This conference was delivered during the Servite International Meeting – May 2011)
È meglio avere meno bisogni che possedere più cose (R.A. n. 18)
La povertà evangelica nella tradizione dei Servi
Franco M. Azzalli, OSM
Premessa
Vi chiedo di permettermi di iniziare con una breve premessa, che considero metodologicamente importante per affrontare il tema della povertà evangelica.
Recentemente ho avuto la grazia di accompagnare in Israele fra Carlos M. Razo Villanueva, il primo Servo di Maria che costituirà la nuova comunità in Terra Santa nel santuario di “Nostra Signora della Palestina” a Beth Shemesh.
Nei giorni nei quali siamo stati ospiti del Patriarcato Latino di Gerusalemme (che ci ha invitati a custodire l’unico santuario mariano della Terra Santa) abbiamo avuto anche la possibilità di visitare alcuni dei luoghi santi di Gerusalemme.
Il luogo che forse più ha colpito il mio cuore è il “buco” dove è stata piantata la croce, il luogo dove Cristo è morto. Vedendo quel “buco”, immaginando l’incomprensione e il non riconoscimento da parte della folla che stava a guardare, ho riconosciuto come sia una cosa terribile e grande il male, se Dio ha dovuto accettare un sacrifico tale, una morte del genere. Inoltre, di fronte alla concretezza di quei luoghi, ho visto come non sia possibile tornare a casa con il dubbio che il cristianesimo sia una favola.
Il giorno dopo il ritorno, mercoledì 4, sono andato alla congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (prima detta “congregazione per i religiosi”) a richiedere alcuni documenti. Quella mattina ho fatto una duplice esperienza.
Innanzitutto, sono stato colpito da quello che vedevo. Era mercoledì e c’era un grande via vai di gente per l’Udienza generale del Papa – ed era ancora appeso l’arazzo per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Quello che avevo davanti agli occhi era la perfetta continuità di ciò che avevo vissuto nei giorni precedenti: la Chiesa che sto vivendo è la continuità fisica della presenza di quell’Uomo del Calvario, che ha dato la vita per me e si rende presente attraverso i Suoi (Dove due o tre sono riuniti nel Mio nome, Io sono con loro).
Ma non è finita. Mentre attendevo davanti a un ufficio, mi è venuto alla mente che solo ventiquattro ore prima ero di fronte al “buco” del Calvario, drammatico segno del fatto che Cristo ha dato la vita PER ME. E improvvisamente – per quei momenti di grazia e di memoria che ogni tanto accadono – ho avuto ben chiaro che anche attendendo i documenti stavo davanti a quel “buco”: era la stessa cosa, l’istante che vivevo aveva la stessa dignità, perché la dignità di quell’istante non era data da ciò che stavo facendo, ma dal fatto che Lui sta dando la vita per me ORA.
Perché questa premessa?
Ritengo che approfondire il tema della povertà evangelica possa portare frutto per noi solamente se la memoria di Cristo riempie il nostro cuore, se cioè paragoniamo continuamente quello che il nostro cuore nel profondo desidera con quello che ci accade davanti agli occhi. Anche paragonarsi con i testi e i personaggi della nostra tradizione può essere fatto solo in questa dinamica di memoria di Cristo e ascolto del desiderio profondo del nostro cuore: altrimenti quello che sentiamo e vediamo sarà qualcosa di esterno a noi, non unito nella nostra vita.
Se registriamo la reazione profonda avuta di fronte al titolo di questa riflessione, avremo un primo test di quello che desidero dire.
Ma la memoria di Cristo (ed è la seconda parte dell’esperienza che ho vissuto) è presente nella Chiesa, fino al “capillare” ultimo che è la nostra comunità, proprio quella in cui viviamo ora. Senza questo legame, tutto ciò che ci diciamo resta un discorso, magari anche bello, ma che non tocca la nostra vita, provocandola.
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